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La strage di Bologna 40 anni dopo

Ognuno di noi, tra i non più giovanissimi, credo abbia un ricordo particolare del posto in cui si trovava quando apprese della sanguinosa strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Per quanto mi riguarda confesso che mi trovavo in Sardegna con amici a casa di un compagno socialista, quando la televisione diede la ferale notizia, accompagnata però da una causa che subito ci indusse al più logico dei dubbi: l’esplosione sarebbe  stata causata una vecchia caldaia. Erano anni di terrore e di morte quelli. Due anni prima si era consumata la strage di via Fani, il rapimento e poi l’uccisione di Aldo Moro da parte delle bierre, mentre gruppi neo fascisti erano ancora all’assalto con attentati a magistrati e a uomini delle istituizoni democratiche. Il tutto si verificava con una cadenza impressionante. Il governo di unità nazionale formatosi, nella sua fase più avanzata, sul sangue dei martiri di via Fani, che pareva ancor più consolidato dall’elezione di Sandro Pertini al Quirinale, si era dissolto con la nuova spericolata strategia di Berlinguer dell’alternativa, che altro non era che la subordinata di un compromosso storico non pienamente consumato. Le elezioni del 1979 avevano segnalato una sconffitta del Pci, e una buona tenuta democristiana. Si formò subito l’unico governo possibile, fermo restando l’indisponibiità comunista, un esecutivo presieduto da Cossiga con l’astensione, determinante, del Psi, che avrebbe lasciato il posto a un altro governo, sempre presieduto dal futuro presidente della Repubblica, ma diretta parecipazione socialista. Rispetto alla fase aperta dalla cosiddetta strategia della tensione, inizata con le bombe di piazza Fontana, si avvertiva il ritorno a una più evidente stabiità politica. Anche Usa e Urss potevano dormire sonni più tranquilli. L’Italia non stava avviandosi a un governo a partecipazione comunista. Pericoloso per entrambi. Difficile pensare che un obiettivo come quello del 1978 si facesse spazio nel 1980. Una strage deve pur servire a qualcosa. Creare vittime innocenti, anche per il più estremista e violento dei terroristi neri come Mario Tuti, doveva appartenere a “una strategia di disarticolazione” come scritto dallo stesso in un farneticante messaggio. Ora, pur rispettando le sentenze dei tribunali che hanno portato all’incriminazione in fasi diverse di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini, tutti e quattro estremisti di destra, come esecutori materiali della strage e della P2 di Licio Gelli come possibile mandante (sono stati accertati copiosi finanziamenti di Gelli ai gruppi terroristi di estrema destra prima o dopo la strage), qualche dubbio resta sui moventi e sugli obiettivi. Ne sono stati ipotizzati più d’uno, dalla risposta al processo in atto in quei mesi a Ordine nuovo per la strage dell’Italicus del 1974, alla faida all’interno delle organizzazioni estremiste nere in quel periodo in acceso e sanguinoso dissidio, alla pista internazianale, dovuta allo scontro tra Nato e Patto di Varsavia, tra Israele e Olp, tra Stati uniti e Libia, con un’Italia ondeggiante e insicura. Il tutto con evidenti complicità di pezzi dei servizi segreti italiani che in alcuni suoi esponenti erano pronti più a tramare contro le istituzioni che a difenderle. Al di fuori delle piste che portano al terrorismo nero é stata scandagliata, ma fino a che punto a dovere non saprei, anche quella che porta al terrorismo palestinese, alla luce delle indagini del giudice Priore, forse da attribuire all’improvviso tradimento del cosiddetto lodo Moro, dopo l’arresto a Ortona, nella notte tra il 7 e l’8 novembre del 1979, del terrorista Pifano e, tra gli altri, del palestinese Abu Saleh. La bomba alla stazione di Bologna sarebbe dunque una vendetta. Un’altra pista, accreditata da un pentito del terrorismo nero, sarebbe relativa a una connessione con la strage di Ustica. Per far dimentare le responsabilità su Ustica a livello internazionale si sarebbe pensato di organizzare una strage di più consistenti dimensioni e proprio a Bolgona da dove quel disgraziato areo era partito. Da ultimo il ritrovamento dei resti di una donna non considerata. E che, dna alla mano, non risulta essere quella signora Maria Fresu, morta assieme alla sua bambina, della quale si era parlato. Si tratta di un cadavere che era così deflagrato da rendere evidente la sua estrema vicinanza con il pacco che conteneva la bomba. Una donna era stata segnalata e poi sparita da un albergo con un falso passaporto cileno, lo stesso che usavano gli uomini che facevano capo al terrorista Marcos. Un altro mistero assieme alla probabile presenza alla stazione del terrorista Paolo Bellini, legato anche a settori deviati dei servizi, riconosciuto dalla moglie. Misteri tutt’altro che penetrati. La verità intera ancora non pare defintivamente emersa. D’altronde non è casuale. Le stragi italiane appartengono ancora a un capitolo tutto da scrivere. Lo stato tolga ogni pretesto e sciolga ogni vincolo che induce tuttora a evitare di aprire lo scrigno della storia italiana. Dopo la caduta del muro di Berlino e la fine del comunismo sarebbe stato doveroso rileggere bene quei sangunosi anni itaiani. Si preferì indagare su Tangentopoli. Anche questo un diversivo?

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