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Il fallimento della rinascita sarda e la truffa del petrolchimico

I favolosi anni sessanta della Democrazia Cristiana di Gianmarco Satta Con la svolta operata dal PCI a Salerno nell’aprile del 1944 viene definitivamente accantonata ogni ipotesi di sbocco socialista dalla crisi profonda dello stato borghese italiano determinata dalla guerra e dal crollo del fascismo. Questo determinò anche in Sardegna, la riaffermazione dell’egemonia delle tradizionali classi dominanti sotto la direzione della Democrazia Cristiana ed il suo largo ricorso agli strumenti offerti dalla politica economica dello stato. Tuttavia, anche nel nostro caso la riaffermazione dell’autorità borghese non poteva non tener conto dei mutamenti significativi intervenuti nelle società che minacciavano il potere. Gli stessi rapporti di forze nelle campagne, dopo la caduta del fascismo, si erano progressivamente logorati a favore del proletariato e delle masse rurali del sud, creando una situazione critica, per via dell’esplosione delle lotte sociali nelle campagne contro gli agrari e delle trasformazioni economico-sociali che, nonostante la politica di “ruralizzazione” funzionale al contenimento sociale del proletariato perseguita dal fascismo, confermavano che non si era arrestato il processo di “scontadinizzazione” e subordinazione definitiva delle campagne che proprio nel secondo dopoguerra conoscerà la sua fase più acuta e definitiva. La politica economica democristiana rispondeva, innanzitutto, a questo progressivo ed ininterrotto processo di proletarizzazione, che non faceva preludere a niente di buono per quel che riguarda chiaramente gli interessi del capitale. Anche in Sardegna quindi, la ricostruzione dello stato borghese fu accompagnata da una ricomposizione all’interno del vecchio blocco sociale dominante sorto ai tempi dell’Unità, con una progressiva riduzione al suo interno del peso sociale, tradizionalmente svolto dalla borghesia agraria parassitaria, ed una sua sostituzione con il paternalismo burocratico degli enti pubblici creati dal sistema di potere democristiano. Anche se ciò ha, probabilmente, significato più che una loro estromissione dalla gestione del potere, piuttosto una ricollocazione nei quadri dirigenti della nella nuova burocrazia pubblica fiorita con gli enti. In questo modo pur avendo ancora la possibilità di esercitare la propria egemonia, per il fatto di trovarsi inseriti in una struttura gerarchica e complessa che dipendeva ormai dalle esigenze di bilancio e in definitiva dalle direttive dello stato centrale, vedevano ridurre ulteriormente la propria autonomia rispetto al passato a favore della grande borghesia finanziaria ed industriale del continente che si avvantaggiata del controllo dello stato. Anche ciò è un indice di come il processo di sottomissione delle campagne alla città e al grande capitale fosse un fatto costante ed ineludibile. Un primo segno di questa ricomposizione su nuove basi del tradizionale blocco sociale dominante fu lo scontro emerso al suo interno al momento della creazione del Banco di Sardegna, stabilita dal D.L.L. 28, XII, 1944. Ciò avrebbe determinato la scomparsa dell’Icas (Istituto di Credito Agrario Sardo), il principale strumento dell’egemonia economica degli agrari sardi sulle campagne. Questo venne infatti assorbito dal Banco il quale ne ereditò: “l’organizzazione e la struttura territoriale, conservò le funzioni di istituto speciale di credito agrario nell’ambito della Regione, cumulando le funzioni sia di banca di credito ordinario sia quelle di istituto di credito speciale per l’agricoltura”. Questo fatto segnava un nuovo passo nell’indebolimento dell’autonomia e dell’influenza degli agrari come conseguenza delle esigenze imposte dal mutamento dei rapporti di forza di classe seguito alla caduta del fascismo, e si completerà, anche politicamente, con la sostituzione, dopo una lotta politica interna, ai vertici della Democrazia Cristiana sarda del vecchio notabilato ancora ancorato alla vecchia espressione del blocco storico dominate con una nuova generazione di dirigenti, enfaticamente soprannominati “giovani turchi”, che gestiranno la vita economica e politica della Sardegna per tutta l’epoca dei piani di rinascita sino alla crisi che travolgerà i partiti della cosiddetta prima repubblica. Anche in Sardegna, così come abbiamo visto per il resto dello stato italiano, la DC si trovò a fronteggiare non pochi problemi. Dalle rivolte del pane a carattere disorganizzato o semi organizzato, dell’inverno 1944 sia era ormai passati a forti lotte organizzate che rivendicavano in primo luogo l’attuazione dei decreti di riforma agraria via via approvati dai governi del CLN e dai primi governi della liberazione, ed alla ripresa delle lotte nel bacino minerario. In esse spiccava il ruolo di direzione del PCI attraverso la CGIL e l’organizzazione bracciatile-contadina della Federterra. La politica economica democristiana doveva sia rispondere alla pressione del movimento delle masse impedendo la saldatura tra classe operaia e contadini, sia creare le condizioni favorevoli per un rilancio del capitalismo: presupposto indispensabile per la ricostruzione su basi relativamente stabili dell’egemonia e dello stato borghese. La Sardegna era ancora all’inizio degli anni ’50 una regione prevalentemente agricola. Nonostante si fosse superata la fase di crisi acuta degli anni ’40 dovuta ai problemi economici e sociali determinati dalla guerra, restava sempre una regione profondamente arretrata e sottosviluppata, senza che alcuna significativa evoluzione si fosse determinate nelle forme di organizzazione dell’agricoltura. Nel 1951, infatti, la popolazione sarda totale era di 1.269.438 abitanti, di cui 433.796 attivi, cioè il 34% della popolazione totale; contro il 37% del Mezzogiorno e il 41,2% della media nazionale. Più della metà della popolazione è occupata nel settore primario (51%), un dato inferiore alla media meridionale (55%), dato che “il 40,70 % della popolazione presente, costituiscono le famiglie con il capo famiglia che è occupato nel settore primario” L’agricoltura esercita ancora un peso determinante nell’economia dell’Isola superando quello dell’industria e delle attività terziarie. In essa poi spicca l’allevamento, soprattutto ovino e caprino, occupando una delle posizioni più importanti (il 59% del PIL dell’intero comparto). Si mantengono le tradizionali forme arretrate di conduzione delle terre e dei pascoli con un forte peso della rendita e della proprietà assenteista sotto le varie forme dei fitti o della partecipazione al prodotto che gravano in particolare sulla pastorizia. Mentre sono pure confermati “la dispersione e il frazionamento della proprietà da una parte e l’accentramento dall’altra”: 2.383 proprietari possiedono 519.901 ettari, mentre il resto è diviso tra 166.215 proprietari che possiedono sino a 0.50 ha, e 96.845 che possiedono da 0.50 a 2 ha. Riguardo ad industria e commercio non si registrano sostanziali mutamenti. L’industria principale, a grande concentrazione di capitali e manodopera restava sempre quella estrattiva per l’esportazione. Non si era realizzata se non in minima parte la valorizzazione in loco delle materie prime, e già conosceva una profonda crisi iniziata già qualche anno prima della fine della guerra. Per quanto riguarda il commercio e la manifattura in senso stretto si trattava ancora di piccole imprese a carattere prevalentemente artigianale e famigliare con una notevole estensione numerica di quelle commerciali. Complessivamente “la struttura economica della Sardegna nel 1951 e la stessa composizione delle classi sociali presentano elementi di arretratezza e caratteristiche di una economia povera e subalterna”. Il decennio 1951-61 costituisce, comunque, un periodo di transizione in cui si hanno i primi accenni, per effetto sia della politica economica di intervento dello stato, che delle dinamiche interne più generali del capitalismo, di quei mutamenti significativi, cui già abbiamo accennato nelle pagine precedenti, tendenti “…a modificare i vecchi equilibri sociali, a crearne degli altri e a determinare nuovi rapporti tra le classi e spostamenti nell’interno stesso delle classi e dei gruppi sociali in collegamento con le trasformazioni che si verificano nelle strutture e nel tessuto economico e produttivo.” Anche qui la politica democristiana aveva risposto alla pressione popolare, innanzitutto con i nuovi strumenti messi a disposizione dall’intervento pubblico: “Il riferimento è soprattutto – come ricorda Sotgiu – alla legge stralcio di riforma agraria, alla istituzione della Cassa per il Mezzogiorno, e alla istituzione del Banco di Sardegna e del Credito Industriale Sardo” Il primo dato significativo fu l’aumento notevole dell’esodo dalle campagne con percentuali di abbandono del settore primario che superavano sia il Meridione che la media del Paese (13,2% contro rispettivamente il 12,1% e 13,1%). Nonostante questo l’agricoltura rimaneva sempre preminente, e il suo Pil di settore superava ancora quello dell’industria. Inoltre: “Le strutture agrarie non sono sostanzialmente cambiate dal 1951 e sono tuttora caratterizzate dalla dispersione, frammentazione ed accentramento della proprietà. Soprattutto non è stato in alcun modo toccato l’assetto della pastorizia e dell’allevamento, che conserva tutti i suoi caratteri arcaici ed arretrati.” La legge stralcio e l’ente di riforma (ETFAS), infatti, non furono in grado di determinare una modificazione profonda delle strutture agrarie: “L’azione dell’EFTAS, se diede un contributo all’ammodernamento dell’agricoltura sarda, non riuscì però ad avviare un’effettiva riforma agraria in Sardegna e lambì appena, anche per i limiti imposti dalla legge ai poteri d’esproprio, tutto l’esteso territorio adibito a pascolo”. Tuttavia nello stesso decennio si registrano 280 miliardi di investimenti complessivi nell’agricoltura tra Regione, Cassa del Mezzogiorno, e enti pubblici nazionali e regionali, e 50-60 miliardi di investimenti privati, che pur non determinando un cambiamento radicale della condizione arretrata dell’agricoltura introducono alcuni progressi produttivi e miglioramenti tecnologici soprattutto nelle zone irrigue, testimoniati dalla lieve riduzione della coltura del frumento, dall’introduzione di nuove colture specializzate e da un “notevole incremento della meccanizzazione e dell’impiego di mezzi moderni per la intensificazione dell’agricoltura”. Tuttavia gli storici hanno evidenziato i limiti di questi strumenti di intervento pubblico, e il distacco profondo che esisteva tra le enunciazioni propagandistiche dei legislatori e la natura reale degli scopi e dei risultati conseguiti: “Può essere indicativo ricordare che mentre l’area di applicazione della legge stralcio era rappresentata dal 100% della superficie agrario-forestale dell’isola, e cioè la più estesa d’Italia, l’area di intervento nel territorio (4%) fu invece la più bassa; che più del 50% delle terre degli enti fu ricavata da acquisti e non da espropri; che la percentuale di assegnazioni (il 43%) è al di sotto della media nazionale, che è del 76%; complessivamente cioè, pur intaccando la proprietà di tipo latifondistico, non aveva la possibilità di mutare radicalmente la struttura sociale e produttiva delle campagne sarde. Quanto alla cassa per il Mezzogiorno chiamata a spendere nel Mezzogiorno 100 miliardi annui per 10 anni, la maggior parte dei quali refluì sotto forma di commesse alle industrie dislocate nel Nord, per la sua stessa condizione giuridica era destinata a diventare oltre che uno strumento per lo sviluppo, una struttura per la formazione nel Mezzogiorno di nuovi strumenti di potere”. (G.Sotgiu) Anche per quanto riguarda l’industria “il 1961 può apparire un momento di transizione. La vecchia, tradizionale struttura industriale è entrata in crisi; il suo pilastro decisivo quello estrattivo sta cedendo. Per il resto permangono le vecchie caratteristiche dell’apparato industriale sardo: scarso numero di aziende a forma giuridica societaria (5,3% di fronte al 9% in Italia), scarsissimo numero di imprese con più di 10 addetti (2,8% contro il 5% in Italia), bassa percentuale di addetti all’industria sul complesso della popolazione (4,93%, inferiore alla percentuale del 1951 che era del 5,36%) di fronte all’ 11,14% della media nazionale, che registra un aumento sull’8,22% del 1951. Percentuali inferiori a quelle sarde si riscontrano solo in Calabria (2,31%) ed in Basilicata (2,15%)”. La politica economica della DC fallì, in questo primo decennio, gli obiettivi di sviluppo generale sbandierati nelle proprie enunciazioni. Scarsi come vediamo furono i sui primi risultati e persistevano, quindi, tutte le contraddizioni e l’arretratezza tipiche della società sarda. Mentre la linea politica del PCI segnava il passo, incapace di determinare un’efficace alternativa, nonostante il suo impegno costante nelle lotte gli avesse fatto conseguire un reale radicamento nelle campagne, e malgrado la sostanziale persistenza dell’agricoltura, ancora nel ’56, nella condizione di arretratezza dell’anteguerra. Infatti: “…ottenute le leggi di riforma, il movimento contadino ed i partiti che lo organizzavano si sono trovati dinanzi a problemi che hanno avuto difficoltà ad affrontare e, esaurita per molteplici motivi la spinta alla conquista di terre da coltivare, il movimento è venuto perdendo il suo slancio e la sua capacità di influire sulla situazione.” Il decennio successivo 1961-71 è quello, invece, in cui si registrano i mutamenti economico-sociali più considerevoli della Sardegna. In particolare a partire dal 1963, anno in cui iniziano i primi investimenti legati al Piano di rinascita. Il primo dato significativo è rappresentato dai mutamenti qualitativi nella composizione sociale della popolazione attiva. L’esodo continuo dalle campagne verso i principali centri urbani interni e le aree industrializzate del Settentrione e dell’Europa continua toccando proprio in questo decennio i livelli più elevati dal secondo dopoguerra. Le campagne sarde vengono, per la prima volta, superate dall’industria sotto tutti gli aspetti. In primis l’esodo profondo della popolazione attiva dall’agricoltura. Le unità attive in tale settore si riducono di 75.000 rispetto al 1961: “…la percentuale sulla popolazione complessiva scende al 21,6%, nei confronti di una media nazionale del 17% e di una media meridionale del 30%.” A chiarire ulteriormente l’impatto di tale esodo bisogna sempre ricordare le caratteristiche demografiche della Sardegna. Infatti: “…l’esodo di tanta parte della popolazione attiva dall’agricoltura assume in Sardegna un carattere più drammatico delle altre regioni meridionali perché l’Isola ha una media di 60,9% abitanti per kmq, la media più bassa insieme a quella della Basilicata, pari ad un terzo del valore medio nazionale (179,2 ab. Per kmq). Nell’interno della Sardegna la provincia di Nuoro registra addirittura un calo assoluto della popolazione residente pari a 11.475 unità ed in percentuale del 9,60 per cento.” Un altro indice importante della riduzione del ruolo dell’agricoltura è fornito dal “rapporto tra il reddito lordo interno prodotto in agricoltura e quello della industria: quest’ultimo sopravanza nettamente il settore primario con L. 379.900 milioni di fronte a L. 199.837 milioni. L’industria partecipa alla formazione complessiva del reddito lordo con una percentuale del 30% e l’agricoltura con il 16%.” Persiste comunque la condizione di arretratezza dell’agricoltura: “Immutato si presenta anche nel 1971 l’assetto dei pascoli ed il tipo di pastorizia, il cui rinnovamento è condizione per una effettiva riforma dell’agricoltura e della società sarde.” Molto basso è il livello del valore della produzione per superficie produttiva: 91.756 lire, superiore solo alla Val d’Aosta ma inferiore anche al Trentino Alto Adige. Il valore più basso si tocca nella provincia di Nuoro con 38.958 lire, 72.371 lire in quella di Sassari, “mentre si eleva a Cagliari sino a raggiungere le 134.460 lire in conseguenza dei maggiori investimenti e delle trasformazioni fondiarie realizzatisi in questa provincia.” Per quanto riguarda la provincia di Nuoro però, un’altra considerazione che, probabilmente, si può dedurre dal confronto di questi dati con quelli raccolti dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla criminalità in Sardegna, dai quali risulta che il numero dei pascoli in affitto in quest’area è del 60% mentre solo il 40% sono quelli di proprietà, è il grave peso della rendita parassitaria che ancora grava sull’agricoltura. In queste condizioni quindi qualsiasi intervento di sostegno che non fosse preceduto dalla riforma agraria finiva con il tradursi necessariamente in un finanziamento indiretto della rendita senza produrre alcun mutamento qualitativo nella produzione e nella conduzione agricola. Il mutamento più significativo che, comunque, si verifica in questo decennio è il massiccio intervento del capitale forestiero e straniero: “Un dato è particolarmente significativo, quello che si riferisce all’aumento del capitale nominale delle società per azioni dal 1962 al 1971. Nel 1962 il capitale nominale delle società per azioni era di oltre 80 miliardi e nel 72 ha raggiunto i 309.985 milioni, con un incremento in assoluto di 229.215 milioni ed in percentuale del 283,8%; aumento questo superiore a quello di tutte le altre regioni meridionali, esclusa la Sicilia che ha avuto un incremento di 256.592 milioni. Soprattutto si deve rilevare che la percentuale sul totale dell’Italia è passata dall’1,16% al 2,51%. Più dell’80 per cento delle società sono state costituite dopo il 1961 e tra queste si registra un’alta percentuale di società per azioni, in misura superiore alla media nazionale. Il capitale delle società sarde ha un valore doppio di quello medio delle imprese italiane; fenomeno questo che si nota soprattutto nelle aziende di più recente costituzione, le chimiche innanzitutto, le metallurgiche, i trasporti. Interventi massicci di capitale finanziario si devono registrare anche nel settore turistico, agli inizi degli anni 60. Si tratta di capitale, quasi tutto straniero, che si presenta in termini di prevalente concentrazione finanziaria, organizzativa e territoriale e che persegue anche fini di speculazione immobiliare. Si delineano anche interventi capitalistici, sia pure di inferiore entità, nel settore primario da parte di grossi gruppi finanziari, nei settori soprattutto della forestazione e della zootecnia. Si delinea nell’agricoltura una più stretta connessione ed un fitto intreccio tra le aziende ed il capitale pubblico – Ente di sviluppo, Banco di Sardegna, Regione, Cassa -, in particolare in provincia di Cagliari ed in alcune zone della provincia di Sassari. In sostanza su una economia a carattere prevalentemente agricolo e artigianale con un apparato industriale debole e superato tecnologicamente si è avuto l’impatto massiccio del capitale pubblico e privato che ha determinato e comunque accentuato la crisi del vecchio assetto economico senza riuscire a determinare uno sviluppo diffuso ed equilibrato.” Si trattava sostanzialmente di una forma di penetrazione capitalistica di tipo coloniale analoga a quella che nel secolo precedente aveva portato il capitale straniero ed estero a monopolizzare i più importanti settori dell’economia sarda e ad avviare uno sfruttamento di rapina: “Anche l’intervento del capitale finanziario, un secolo dopo, presenta alcuni di questi caratteri. Si promuove un tipo di industrializzazione, fondato sulle attività di base, soprattutto petrolchimiche, che sacrifica tutti i settori tradizionali della economia sarda ed abbandona lo sfruttamento delle risorse locali. È un’industrializzazione calata sull’Isola, che resta estranea alla società sarda, che non riesce a suscitare sostanziali innovazioni nelle strutture sociali dell’Isola e che tende ad accentuare lo stato di disgregazione economica e sociale di tante zone della Sardegna.” Come per il resto del Mezzogiorno anche la Sardegna, ricorda l’autore, diventa la sede delle grandi industrie «sporche» come acciaierie, raffinerie, e chimica di base in regioni dove vi è invece sovrabbondanza di mano d’opera. “Come nel resto del Mezzogiorno il massiccio intervento del capitale finanziario negli anni 60 si configura come un afflusso di capitale non di origine privata ma di origine pubblica o semi-pubblica. Sia che si tratti di società a partecipazione statale, sia di società private, come la SIR, i capitali provengono quasi tutti da fonti pubbliche attraverso i finanziamenti degli Istituti speciali di credito, quali il C.I.S, o dall’IMI o da contributi in conto capitale della Cassa del Mezzogiorno o della Regione sarda. Si ricordi che il gruppo Sir-Rumianca ha ottenuto dell’I.M.I., nel periodo 1961-72, finanziamenti per un totale di 298 miliardi e lo stesso gruppo ha ottenuto dal CIS, nel periodo 1951-72, finanziamenti per un totale di 193 miliardi.” Questo periodo che, va dal 1963 al 1971, è quello in cui si ebbero le maggiori modificazioni economiche e sociali e anche le più forti lacerazioni e contraddizioni nel tessuto sociale. È il periodo che coincide con l’attuazione della politica di rinascita. Il Piano di Rinascita doveva essere la risposta alla scarsa efficacia degli interventi dello stato centrale del decennio precedente. Infatti, i nuovi strumenti di programmazione economica, messi a disposizione dall’autonomia speciale della Regione, furono allora presentati come la possibile via per la rinascita della Sardegna e per un suo sviluppo adeguato alle caratteristiche economiche locali che consentisse, finalmente, all’isola di uscire dal sottosviluppo e raggiungere i livelli delle regioni più industrializzate del Nord. Questi strumenti erano offerti dalle disposizioni dell’articolo 13 dello Statuto regionale. Ma anche questa prospettiva rivelava da subito gli stessi limiti e caratteristiche delle altre misure di intervento e programmazione economica dello stato centrale. Già dalle prime fasi preparatorie della legge infatti, il tentativo di programmazione regionale manifestava evidenti difficoltà. Solo dopo tre anni (nel 1951) dall’approvazione dello statuto fu costituita una “«commissione consultiva, avente la funzione di studiare le risorse sarde, e di prospettare la valorizzazione economica nei vari settori dell’agricoltura, delle miniere, dell’industria, del commercio, delle comunicazioni, del credito, delle condizioni sociali e dell’istruzione»”. E, solo 14 anni dopo che “l’attuazione per la Sardegna di un Piano di rinascita era stata decisa con atto costituzionale, divenne la legge 11 giugno 1962 n.588. “La Rinascita fallita”e la truffa del petrolchimico Nelle intenzioni annunciate dai legislatori regionali il Piano avrebbe dovuto essere organico; cioè affrontare e risolvere il complesso dei problemi economici della Sardegna, e per questo doveva anche avere un carattere aggiuntivo rispetto agli stanziamenti ordinari. Cioè i suoi investimenti non dovevano essere impiegati per lo svolgimento degli interventi di ordinaria competenza dello stato. Infine il Piano doveva garantire uno sviluppo per “zone omogenee”, contrariamente allo sviluppo “per poli” sintetizzato nella cosiddetta linea “dell’osso e della polpa” che si andò, di lì a poco, affermando, a giustificazione della rinuncia da parte dello stato ad una effettiva politica di organico sviluppo economico. Nel dibattito politico intorno alle finalità del Piano emersero sostanzialmente tre posizioni: la prima, contenuta nel Rapporto conclusivo che assegnava al settore agricolo il ruolo trainante dell’economia, la seconda che costituiva un’applicazione delle linea dell’osso e della polpa in Sardegna, ed era sostenuta dai dirigenti democristiani e dalla Confindustria sarda, i quali partivano dalla centralità dell’industria e dell’installazione di grandi industrie di base, e infine la terza posizione sostenuta dal movimento operaio e che poneva ugualmente l’accento sulla centralità dell’industria nello sviluppo sardo auspicando però “l’avvento di una grande industria legata alle Partecipazioni statali che partisse dalla salvaguardia delle miniere e consentisse la verticalizzazione del settore estrattivo”. L’elemento, ad esempio, che i dirigenti del movimento operaio sardo evidenziavano era la centralità di risorse energetiche come il carbone, da impiegare per fornire l’energia indispensabile allo sviluppo di un’industria locale di trasformazione della produzione agricola ed alla verticalizzazione dell’industria mineraria: “«La linea della Rinascita – affermo il dirigente comunista Umberto Cardia – equivale a carbone, energia e industrializzazione»; «il carbone del Sulcis deve essere il nostro primo motore da esso tutto deriva», gli faceva eco Emilio Lussu; «il piano deve promuovere l’industrializzazione facendo leva sulle industrie a partecipazione statale», aggiunge Pietro Cocco, allora sindaco di Carbonia.” In sostanza la linea portata avanti dal movimento operaio, con ulteriori articolazioni al suo interno, era quella dello sviluppo di tutte le fasi industriali senza limitarsi alla sola industria di base che era stata la manifestazione della monocoltura coloniale e quindi della dipendenza economica conosciuta sino ad allora. Come è noto il Piano fallì tutti i suoi propositi. Un’enorme massa di risorse pubbliche statali e regionali venne riversata nelle tasche di alcuni settori del grande capitale senza determinare quello sviluppo industriale che consentisse alla Sardegna di uscire dalla storica condizione di sottosviluppo e dipendenza. A prevalere fu infatti la linea sostenuta dai giovani turchi e dal gruppo dirigente della DC regionale che sosteneva l’industrializzazione affidata ai grandi monopoli dell’industria di base: “Una netta divaricazione di posizione emerse sul problema nodale del ruolo delle grandi industrie che andavano sviluppandosi proprio in quegli anni. Da una parte gli esponenti democristiani sostennero con decisione che era necessario «il passaggio da un’economia precapitalistica a un’economia capitalistica aggressiva»; in altri termini chiariva l’assessore alla Rinascita Pietro Soddu, il processo di industrializzazione, «per essere rapido e consistente», doveva passare attraverso «alcune industrie motrici di grandi dimensioni capaci di provocare le cosiddette industrie indotte, piccole e medie».” Secondo le previsioni del piano tra 1800 e i 2000 miliardi dovevano essere stanziati per gli investimenti (di cui 400 di stanziamenti della legge 588, altri 900-1000 tra stanziamenti pubblici vari, e 5-600 di stanziamenti privati. “I benefici di tale politica di investimenti sull’occupazione avrebbero dovuto portare ad un allineamento della popolazione attiva ai livelli nazionali, ad una redistribuzione della forza lavoro nei vari settori produttivi, ed infine al riassorbimento delle zone di disoccupazione e sottoccupazione.” Nella realtà, già da subito, sarà la chimica ad avvantaggiarsi degli investimenti e a fare la parte del leone: “Apparve tuttavia delineata una netta tendenza agli investimenti nel settore petrolchimico che da solo raccoglieva il 62% delle richieste, concentrate nella grande industria di base e nella prima lavorazione. Infatti sin dal 1959 il gruppo SIR aveva localizzato in Sardegna la sua area d’intervento per sfruttare insieme alla posizione geografica dell’isola, le numerose incentivazioni concesse a livello nazionale e regionale.” Infatti: “…esistevano rilevanti obiettivi di agevolazione finanziaria. Con la costituzione di un certo numero di società, solo fittiziamente distinte, era possibile tentare di ottenere i crediti agevolati previsti dalle leggi n. 634 del 1957 e 636 del 1959 sull’industrializzazione del Mezzogiorno, nonché i contributi a fondo perduto erogati dalla Cassa per il Mezzogiorno e dalla Regione sarda. Dal 1960 al 1966 vengono formate legalmente, su iniziativa di Rovelli, ben 46 nuove società, ciascuna con un capitale iniziale di 1 milione, protetto dall’anonimato azionario.” È quello che verrà chiamato “sistema Rovelli”. Questo tipo di industrializzazione, non a caso definita “selvaggia”, ebbe un impatto contraddittorio sulla realtà socioeconomica, della provincia di Sassari ad esempio, e di tutta la regione nel suo complesso. Da una parte infatti accelerò la disgregazione del tessuto economico e sociale tradizionale producendo un ulteriore esodo dalle campagne, senza offrire però, dall’altra, un effettivo sbocco ai nuovi settori di proletariato, o in via di proletarizzazione, che si erano prodotti, come è dimostrato dai livelli drammatici che proprio in questo periodo raggiunse l’emigrazione fuori dell’isola, e dalla crescita abnorme del terziario. “Il prevalere della monocoltura petrolchimica si intreccia, in quegli anni, prima con le difficoltà di realizzazione e poi con il fallimento del primo piano di Rinascita. Di fatto la grande industria riceve «in appalto» lo sviluppo dell’economia isolana, assorbendo la fetta maggiore di risorse finanziarie complessivamente utilizzabili nell’isola.” Questa affermazione non va riferita esclusivamente, come pure talvolta erroneamente è avvenuto, ai soli fondi della legge 588, ai contributi in conto capitale. Nella distribuzione di questi fondi il gruppo Rovelli ha fatto, si, la parte del leone (la sola SIR, senza la Rumianca, ha ricevuto 24 miliardi, pari la 29,3% del totale dei contributi a fondo perduto erogati dalla Regione al settore industriale). Ma queste cifre non basterebbero a suffragare la tesi precedente. In effetti nessun piano di sviluppo può basarsi esclusivamente sui contributi in conto capitale, che costituiscono sempre e soltanto un sostegno, un incentivo aggiuntivo alle diverse intraprese economiche. Ma è il credito, e soprattutto il credito agevolato, che ha costituito la molla dell’industrializzazione al Sud. Ora, in Sardegna, dagli Anni sessanta in poi il grande capitale petrolchimico è riuscito a calamitare, a danno di altri settori produttivi ed in particolare delle piccole e medie aziende, la fetta più grossa delle disponibilità finanziarie. Si pensi che in soli tre anni (dal 1964 al 1966) la SIR era arrivata ad assorbire addirittura il 65% di tutti i finanziamenti deliberati dal CIS per la provincia di Sassari dal 1951 a, appunto, il 1966”. La facilità con cui il grande capitale riuscì a fagocitare così tante risorse distorcendo le finalità stesse del Piano, che ricordiamo era formalmente destinato al sostegno dello sviluppo di piccole e medie industrie sarde, si spiega solo in parte, “con l’inadeguatezza sul piano tecnico dei diversi organi regionali o con la debolezza strutturale degli strumenti operativi che oggettivamente restringe i margini di autonomia”, ma soprattutto con la sua capacità di “influenzare” il quadro politico dirigente isolano. Per l’ennesima volta si confermò il fatto che la politica economica della borghesia italiana e della DC, di cui il Piano non era altro che una applicazione locale, servì unicamente ad un rilancio economico ed al sostegno parassitario del grande capitale prevalentemente concentrato al nord, così come alla ricostruzione della propria egemonia sociale tramite la DC. Il tipo di pianificazione introdotta infatti anziché favorire lo sviluppo di un’industria locale si limitava unicamente a stimolare i consumi accentuando in questo modo la dipendenza dall’esterno e la distruzione della debole industria locale di cui traeva vantaggio l’industria del continente, esportatrice di beni di consumo e macchinari. Ancora una volta il grande capitale continentale imponeva alla Sardegna una politica coloniale e di rapina, con il concorso attivo del gruppo dirigente regionale. Nuovamente la borghesia sarda ha confermato il suo carattere di dipendenza e subalternità al grande capitale continentale. Non l’analisi gramsciana e le sue implicazioni rivoluzionarie quindi, ma la possibilità teorizzata dal gruppo dirigente togliattiano di uscire dal sottosviluppo senza rompere il quadro economico sociale capitalista è stata smentita dai fatti. La maggior parte delle risorse investite, abbiamo visto, vengono assorbite dall’industria di base, senza poter essere impiegate per lo sviluppo di altri settori produttivi. Questo tipo di industria per le sue caratteristiche non era in grado di rispondere alle esigenze che ci si era riproposti di soddisfare con il Piano. Dato il suo alto rapporto di capitale per addetto infatti divorava ingenti risorse producendo una bassa occupazione senza per questo suscitare lo “sviluppo indotto” nel territorio tanto promesso. La linea dello “sviluppo per poli” non produsse altro, come è stato efficacemente detto, che “cattedrali nel deserto”: “Questo andamento del processo di industrializzazione non determinò alcun effetto benefico sulla struttura produttiva isolana. Gli stessi incrementi di reddito dovuti ai salari industriali si ripercossero quasi interamente sulla domanda di beni di consumo per la gran parte importati. …Intanto si andava definendo nitidamente un quadro territoriale e settoriale già delineato nella prima fase del Piano: due aree evolute intorno a Cagliari e Sassari unite dalle pianure irrigue dell’Oristanese e dalle zone intorno a Macomer; il rimanente, salve alcune isole di espansione tra le quali emergerà in seguito decisamente quella di Olbia, si trovava in una preoccupante situazione di stasi o di recessione. Del resto il fallimento del Piano è evidenziato dal mancato raggiungimento delle ipotesi di occupazione alla fine del periodo interessato. Lungi dal toccare gli indici stabiliti, si notavano contrazioni dei posti di lavoro persino nel settore industriale beneficiato di tanti investimenti. Il meccanismo economico messo in atto aveva portato all’estinzione di alcune attività tradizionali preesistenti che non sopportavano per le loro dimensioni la concorrenza esterna agevolata nella conquista del mercato sardo anche dalla migliorata condizione dei trasporti. Le aziende locali sopravvissute, operavano viceversa spesso con un eccesso di sovvenzioni causa, esso stesso, di numerose distorsioni: mantenimento di metodi di produzione inefficienti, eccesso di capacità produttiva, semplice beneficio di una rendita. Proprio negli anni in cui venne effettuato il maggior volume di investimenti, la Sardegna attraversò così uno dei momenti più tristi della sua storia: il movimento migratorio che aveva interessato l’isola in maniera moderata negli anni precedenti, diventò una calamità sociale, ma nello stesso tempo l’unico modo per evadere da una situazione di estrema indigenza.” Oltre all’esodo di massa della popolazione che non trova sbocco nell’industria sarda l’altro fenomeno contraddittorio di grande rilevanza è stato lo sviluppo abnorme del terziario. “Ma il settore dove trova uno sbocco la maggior parte di coloro che erano legati alle attività agricole o ad attività industriali in crisi oppure erano occupati marginalmente nelle campagne è il settore terziario. Coloro che non hanno una qualifica, una specifica preparazione professionale, coloro che vogliono mettere a frutto un piccolo capitale e coloro che vogliono cercare una attività complementare si rivolgono al commercio e alle attività similari. Si assiste pertanto ad una abnorme espansione del commercio, soprattutto del commercio minuto e di quello ambulante. Un’espansione ancora maggiore si verifica nella pubblica amministrazione, dove la maggior parte di coloro che hanno dovuto abbandonare la loro precedente occupazione o che ne ricercano, per la prima volta una, tentano di assicurarsi un impiego, sia pure modesto, negli uffici e negli enti regionali, in quelli dipendenti dallo Stato, negli istituti pubblici o semipubblici che danno la garanzia della stabilità e che permettono di uscire fuori dalla massa dei lavoratori manuali.” Questo sviluppo disordinato e deteriore del terziario oltre che una conseguenza del particolare tipo di industrializzazione, che era voluta dai gruppi dirigenti per precisi fini politici e che nasconde larghe fasce di assistenza, parassitismo e rendita, rispondeva all’altro obbiettivo della politica economica della DC, di cui abbiamo parlato, di contenere l’invadenza del proletariato con la creazione di un diffuso ceto medio. La politica economica democristiana ebbe però degli effetti contraddittori anche da un altro punto di vista: la disgregazione del tessuto economico sociale precedente portava inevitabilmente con sè una nuova esplosione della lotta di classe in tutte le sue forme. L’elemento più significativo, la contraddizione principale che si determinò come conseguenza della politica economica del dopoguerra e delle leggi generali del modo di produzione capitalistico fu l’aumento del peso specifico del proletariato come classe sociale nella nostra società. La classe dei salariati sarebbe divenuta, di li a poco, la classe maggioritaria che è oggi. Il passaggio da una società ancora prevalentemente agricola ad una industriale aveva determinato infatti un enorme processo di proletarizzazione delle masse meridionali e rurali, a cui la Sardegna non era sfuggita, e la cui manifestazione più evidente era stato, appunto, il grande esodo di cui abbiamo parlato. L’operaio massa che sarà protagonista della stagione di lotte esplosa nel biennio 68-69 del secolo scorso, era il bracciante o il contadino immigrato dal sud, o dalle aree rurali del centro nord, che non aveva ancora fatto in tempo a dimenticare le tradizioni ed i costumi di una civiltà agricola e già si trovava immerso nei forsennati ritmi di sfruttamento e nella lotta di classe delle fabbriche. Anche in Sardegna quindi lo sviluppo dei nuovi poli industriali porta ad un rafforzamento della classe salariata e della sua capacità di egemonia e, con essa, ad un’ulteriore estensione della lotta di classe sul territorio: “Nella primavera del 1969 si sarebbero verificati due episodi indicativi di una situazione in forte sommovimento: sulla spinta di un Comitato di base operai-studenti gli operai delle imprese di appalto (edili e metalmeccanici) proclamavano il primo sciopero generale alla Sir di Porto Torres, bloccando per qualche giorno i cancelli dello stabilimento, proprio mentre alla Rumianca di Cagliari un Comitato di lotta, egemonizzato da un gruppo marxista-leninista, otteneva la maggioranza dei seggi nelle elezioni della Commissione interna tra i lavoratori chimici.” L’altra vicenda molto importante fu “la lotta di carnevale” ad Ottana. Gli stabilimenti ENI di Ottana erano stati costituiti all’inizio degli anni settanta, in seguito ai risultati della Commissione parlamentare d’inchiesta come risposta alla crisi profonda della provincia di Nuoro. Qui si era dall’inizio costituita, a differenza dei primi anni della Sir di Porto Torres, un nucleo di classe operai sindacalizzato e combattivo. La notte del martedì grasso del 1975 gli operai dopo una dura vertenza sull’organizzazione del lavoro, avuta notizia dell’ordine spegnimento degli impianti decretato dalla direzione, per piegarne la resistenza, occuparono la fabbrica impedendo la manovra. L’altro dato significativo e che le lotte operaie esplose nelle fabbriche e nei distretti industriali non sono le sole, ma sono accompagnate o affiancate dall’esplodere di lotte studentesche, e dalla riacutizzazione della lotta di classe nelle campagne. Significativi furono, ad esempio, la marcia di duemila pastori a Cagliari il 28 novembre 1967, e la rivolta di Pratobello, ad Orgosolo nel novembre 1968, come conseguenza delle crisi profonda in cui era precipitata l’agricoltura per effetto delle trasformazioni indotte dal capitalismo, e delle delusioni per il Piano di rinascita. E ancora, a Tempio e Calangianus un comitato operai e studenti in lotta contro le gabbie salariali occupò i rispettivi municipi. Le conclusioni della Commissione parlamentare d’inchiesta sui fenomeni della criminalità in Sardegna, ad esempio, mettevano in luce la stretta connessione tra il fallimento del Piano e l’esplosione del banditismo e del malessere sociale nelle campagne sarde alla fine degli anni ’60. In particolare insistevano sul fatto che la mancata aggiuntività del Piano aveva impedito una sua applicazione organica. 📷 “Si aggiungeva a questo fatto la constatazione che i meccanismi di spesa non erano cambiati, e che in quanto non si differenziavano rispetto agli stanziamenti ordinari della Regione, non esercitavano quell’azione di rottura che avrebbe consentito di pensare che si era aperta una nuova stagione nella storia della Sardegna.” Per quanto riguarda l’agricoltura il Piano non introdusse delle modifiche significative, infatti fallite le riforme agrarie: “l’unico vantaggio che dalla legge ebbero i conduttori agricoli fu la maggiore disponibilità di denaro del quale in più larga misura potevano beneficiare gli enti di bonifica e di colonizzazione.” (G.Sotgiu) Mentre: “Mutamenti reali nella pastorizia si ebbero soltanto dopo l’approvazione della legge De Marzi-Cipolla.” Parallelamente si rianima un intenso dibattito intellettuale dai contenuti radicali le cui espressioni più acute furono la denuncia del carattere coloniale della politica di Rinascita e la critica alla linea autonomista e della democrazia progressiva del PCI sardo. Si era giunti ad un nuovo bivio storico, cosi come era accaduto per il recente passato, dove con un’adeguata direzione appariva concreta la possibilità della conquista del potere da parte del proletariato. Tanto più per il fatto che la Dc e il blocco sociale dominante vivevano già da tempo un’acuta crisi e vedevano ridurre il proprio consenso. Nell’aprile del 1966 infatti viene eletta la nuova giunta regionale presieduta dal democristiano Paolo Dettori. Questa giunta in realtà, lavorò per accreditarsi come la fautrice di un nuovo indirizzo politico che “rimediasse” al fallimento del piano di rinascita, lanciando con un ordine del giorno-voto la cosiddetta politica contestativa. Ma questa giunta non era altro che un tentativo della DC di trovare la via d’uscita dalla propria crisi che maturava ma mano che si rivelavano le illusioni sul piano di Rinascita. Era l’occasione per il PCI di approfondire lo scontro e di offrire così una sponda politica alternativa alle lotte che di lì a poco sarebbero esplose nelle forme acute che abbiamo descritto. Ma votando, pur dall’opposizione, l’ordine del giorno “contestativo” della giunta Dettori anziché smascherarne il carattere mistificatorio e sostanzialmente autoassolutorio, il PCI ribadiva la propria disponibilità ad una collaborazione di classe che si espresse nella cosiddetta intesa autonomista, contribuendo in questo modo al salvataggio della DC. Nemmeno il rifinanziamento del Piano (legge 24 giugno 1974, n.268) nonostante fossero stati formalmente riconosciuti alcuni dei limiti del determinò un’inversione di tendenza. “Il programma triennale 1976-78, costituì la prima articolazione della ristrutturazione industriale proposta. Esso puntava sull’industria manifatturiera ad alta intensità di lavoro che doveva, rispettivamente con l’intervento di SFIRS ed EMSA, sfruttare le potenzialità imprenditoriali locali ed appoggiare l’attività delle Partecipazioni Statali nel compartimento metallurgico e piombo-zincifero. Partendo da queste premesse si ipotizzava un’elevata integrazione tra il settore agricolo ed industriale ed una maggior attenzione verso le attività indotte quali la falegnameria, le piastrelle, l’impiantistica. In realtà si faceva appello, ancora una volta, soprattutto all’industria petrolchimica per operare una “discesa a valle” con la trasformazione ed il completamento dei più importanti cicli produttivi; questo nonostante che (a partire dal 1974) la crisi internazionale avesse colpito la petrolchimica e la metallurgia, settori portanti dell’industria sarda e meridionale.” Nel 1978 l’occupazione industriale si ridusse dell’8,7%, con 5000 cassintegrati. “Al 30 giugno 1979 i disoccupati erano circa 90.000 ed i lavoratori in cassa integrazione si avvicinavano ormai alle 20.000 unità” Il valore della politica di intesa autonomista e della linea opportunista del PCI si possono misurare pesando le sconfitte che la classe operaia sarda cominciò a subire tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli ’80. Il contesto generale tra gli anni 80 e la metà degli anni ’90 è segnato dal ridimensionamento della grande industria e dalla disoccupazione di massa, ed “è apparso dominato prevalentemente dalla crisi oltre che dalla mancanza di una chiara prospettiva di sviluppo.” “In effetti in questo quindicennio l’economia isolana ha sostanzialmente tenuto immutate le sue distanze dalle aree più sviluppate del Paese (il prodotto pro capite costituiva nel 1980 e nel 1995 rispettivamente il 62,5 per cento e il 64 per cento di quello del Centronord), mantenendosi vicina all’Abruzzo e al Molise che tendono a collocarsi per i livelli di reddito al di fuori del Meridione continentale.” Si conferma sempre in questo periodo, poi, l’elevata terziarizzazione che ha compensato parte del calo dell’industria (-16%) e dell’agricoltura (-22%). Per quanto riguarda il terziario poi, a partire dagli anni ’90 il dato più significativo è l’aumento della concentrazione, con la riduzione dei negozi al dettaglio e la piccola distribuzione e la formazione di un nucleo di nuovo proletariato dei servizi. Al ridimensionamento della grande industria coincide in questo periodo “una consistente ripresa delle unità artigianali e delle imprese di piccole dimensioni”. Questo ridimensionamento è proseguito per tutto il quindicennio e come ricorda Ruju. Nel complesso i grandi impianti chimici, che assorbivano nel 1981 10.330 addetti, ne occupano al 1° gennaio 1998 soltanto poco più di 4000. La contrazione della classe operaia industriale si riflette anche sull’organizzazione sindacale con conseguenze negative sulla sua combattività e con un’accentuazione del peso politico della burocrazia interna. Infatti: “Nel 1992 i pensionati erano circa la metà degli iscritti, mentre nel 1980 la loro quota non superava un quarto.” Murales di Sardegna: street art ante litteram  

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