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“Hotel 6 Stelle” sbarca in Sardegna: la seconda serie in un villaggio turistico

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In onda su Rai 3 dal prossimo 14 novembre, la docu-fiction sull’inserimento lavorativo delle persone con sindrome di Down cambia scenario. Riprese in corso con sei nuovi ragazzi. Il regista Claudio Canepari: “Puntiamo a raccontare le storie andando più in profondità”

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I protagonisti della I edizione

ROMA – Un villaggio turistico in Sardegna, una struttura di alto livello che offre un’ambientazione suggestiva e che permette, almeno sulla carta, di andare più in profondità nel racconto delle storie dei ragazzi con sindrome di Down. E’ questa una delle principali novità della seconda edizione di “Hotel 6 Stelle”, il programma che nella scorsa stagione televisiva ha raccontato su Rai 3 il tirocinio lavorativo di sei ragazzi con sindrome di Down e che si appresta a fare il bis con la nuova serie, in onda – sempre su Rai 3 e sempre in seconda serata – a partire da venerdì 14 novembre. Una produzione che mette insieme la Rai, Magnolia e l’Aipd (Associazione italiana persone down).

Alcuni protagonisti della I edizione

Abbandonata dunque l’ambientazione dell’hotel Melià Aurelia Antica di Roma, che aveva fatto da scenario alla prima serie, le nuove puntate – sempre sei e sempre della durata di 50 minuti l’una – saranno ambientate in Sardegna, in un villaggio turistico sul mare: una soluzione che porta una ventata di dinamismo e di freschezza, che offre una buona varietà di mansioni lavorative da affidare ai protagonisti e che, soprattutto, come ci spiega il regista Claudio Canepari, “almeno sulla carta” crea una situazione che dovrebbe permettere di “andare più in profondità nel racconto delle storie dei sei ragazzi”. “Sulla carta” perché le riprese (che dureranno un mese) sono in corso e lo sviluppo del racconto è, anche per i diretti interessati, almeno in parte ancora tutto da scoprire.

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“La scelta di un villaggio turistico in Sardegna – dice Canepari – presenta certamente una serie di vantaggi prettamente televisivi e scenografici, con il mare e mille situazioni diverse che rendono l’ambiente molto più mosso di quello della prima serie”. Ma ciò che “ci ha spinti a scegliere questa formula è anche il fatto che mentre l’anno scorso stavamo con i ragazzi per 4 ore al giorno per 5 giorni a settimana, stavolta viviamo con loro per un mese intero: siamo tutti in trasferta e ovviamente nessuno di noi può andare a casa la sera per ritornare qui il giorno dopo”. E’ facile capire che un mese di coabitazione “gomito a gomito”, “24 ore su 24”, rappresenta – rispetto a quella della prima serie – una situazione “più coinvolgente e impegnativa, proprio perché totalizzante”. Questo “stare insieme” anche a telecamere spente avrà delle conseguenze pure sul programma perché da un lato “si crea un rapporto più profondo fra i sei ragazzi protagonisti e chi riprende” e dall’altro “c’è la ragionevole possibilità, comunque tutta da verificare, che si crei una più profonda rete di rapporto e di relazione fra loro sei, cosa che l’anno scorso era meno evidente”. Tutto questo ulteriore “ossigeno narrativo” apre “nuove strade da esplorare” e dovrebbe consentire di “andare più in profondità nel racconto delle storie”.

I protagonisti della I edizione

Alla fin fine, però, precisa il regista di “Hotel 6 Stelle”, al di là delle possibilità tecnico-narrative che si sono aperte grazie alla nuova ambientazione e alla particolare logistica che ne è seguita, “ciò che facciamo è semplicemente il raccontare delle storie, la storia del primo lavoro di questi ragazzi, ognuno alle prese con una mansione diversa”. “Se – continua Canepari – mi viene chiesto il motivo per cui abbiamo scelto di rifare ‘Hotel 6 Stelle’ rispondo che lo abbiamo fatto perché semplicemente noi raccontiamo delle storie e ogni storia è diversa da un’altra”. Come a dire che non esiste e non può esistere un solo racconto dell’esperienza lavorativa delle persone con sindrome Down, e questo perché, banalmente, “ognuno di loro è diverso da un altro”. Esattamente come accade a chi non ha una disabilità. Ecco allora che con un programma come questo “si potrebbe andare avanti per anni”, perché “ogni storia può essere interessante se la sai raccontare e se nel tempo riesci a rinnovarti e a portare spunti, idee e suggestioni nuove”.

Qualcosa di diverso, però, rispetto ad altre serie, “Hotel 6 Stelle” ce l’ha ed è – per dirla con Canepari – il fatto che unisce insieme “un’anima di intrattenimento e un’anima sociale”. Non è una cosa di poco conto perché “dal puro punto di vista televisivo avrebbe avuto senso continuare con gli stessi ragazzi della prima serie: la tv infatti è ripetitiva, e le persone che hanno conosciuto e seguito le vicende di Emanuele, piuttosto che di Livia, di Edoardo, di Nicolas, di Martina o di Benedetta, si sono affezionate a loro, ed è chiaro che se glieli riproponi hai senza alcun dubbio più seguito”. Questo effetto, simil “Un medico in famiglia”, nel caso di “Hotel 6 Stelle” non è stato però seguito, sia per considerazioni pratiche (la distanza da Roma, il fatto che alcuni di loro hanno effettivamente iniziato a lavorare, e via dicendo), sia – ed è l’argomento decisivo – per una precisa scelta che discende proprio dalla natura sociale del progetto: “Abbiamo deciso che fosse meglio che venissero raccontate altre storie, che si aprissero nuove strade e nuove frontiere, che si mostrassero nuove situazioni, che si desse anche ad altri ragazzi la possibilità di vivere questa esperienza”. E così “la scelta finale è stata coerente con la natura profonda del programma”, che peraltro è stata la molla che ha spinto quasi 50 aziende a contattare l’Aipd per offrire stage formativi o contratti di lavoro a persone con sindrome di Down, disponibilità che col tempo stanno effettivamente andando in porto.

Per i sei ragazzi e per tutti i componenti della squadra che cura il programma (Rai 3, Magnolia, Aipd) l’avventura in Sardegna continuerà ancora per circa due settimane, dopo di che sarà il tempo del montaggio e del perfezionamento del prodotto: “La messa in onda è molto ravvicinata, ma – quasi scherza Canepari – nessun problema, noi siamo organizzati al meglio”.

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