Tutti i rapporti sulla libertà di stampa & di Saviano

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Per decenni in Italia c’era uno di questi giornali nelle

edicole e negli appartamenti borghesi, nelle parrocchie, nelle Case del popolo, nelle grandi aziende ed in quelle piccolissime, Il Corrierone, Famiglia Cristiana, Il Sole 24 ore (organo di Confindustria), l’Unità (organo del Pci), La Gazzetta dello Sport. Raccontavano il paese in maniera diversissima, contraddittoria, contrastante e spesso si poteva pensare che fossero espressione di paesi diversi. Famiglia Cristiana arrivava obbligatoriamente in tutti i luoghi in qualche modo religiosi e dintorni; Il Sole arrivava, obolo imposto ai quadri ed ai dirigenti delle aziende medie e grandi, Unità e Gazzetta imperversavano accoppiati nei luoghi popolari di riunione, dopolavoristici e politici.

Non erano gli unici, erano i primi; avevano dietro dei secondi, terzi, quarti giornali che a seconda del territorio, magari li sostituivano con para tendenze e prospettive. Non sostituivano mai però la divisione. I temi trattati, il taglio del modo di analizzarli erano completamente diversi e fatti per pubblici differenti Non si pensava che l’approccio tecnico produttivo finanziario de Il Sole ad esempio potesse essere  non solo compreso ma neanche accettato da un pubblico di riferimento popolare. Portare con sé uno di questi giornali era un segno distintivo, una manifestazione d’appartenenza, l’espressione del proprio pensiero attraverso l’insieme degli articoli di altri la cui testata era un simbolo.

Quest’Italia, in cui ciascuno praticamente non  sapeva

cosa veramente dicevano le voci esterne al proprio mondo, era considerata un paese dall’effettiva libertà di stampa, per quanto ci fosse chi sosteneva che tutta la stampa borghese fosse falsa e bugiarda. Mentre il fenomeno delle radio libere non aveva alzato il pelo di nessuno, l’arrivo delle TV private scatenò l’opposizione intransigente della magistratura, dalla Tv di Stato e dagli organi di rappresentanza della stampa. I giornalisti che ci andarono a lavorare furono quasi considerati dei traditori, rei di vendere l’indipendenza agli interessi dell’emittente e l’Italia cominciò ad inciampare, sul terreno della libertà dei giornalisti. Non si parla proprio di ieri. Era metà anni ’80.

Finita la guerra fredda e caduta l’industria pubblica,lo sviluppo del paese, l’emergere di una ampia massa borghese e piccolo borghese  e soprattutto l’orizzonte di unico tipo di società, capitalista socialiberale eliminò i confini delle testate. Il calcio divenne interessante anche per gli intellettuali, Il Sole lo fu per i piccoli azionisti che rischiavno in Borsa, le evoluzioni di Famiglia Cristiana e Unità li trovavano uniti caritatevolmente a favore di poveri e terzo settore. Il Corrierone prese gli spunti degli altri mentre Repubblica finì per mescolare diavolo e acquasanta, l’esperienza de Il Sole e dell’Unità.

I primi anni ’90 videro la nascita di telegiornali privati e di

blocchi partitici, fatti da liberali americanizzanti, federalisti secessionisti e postfascisti (il centrodestra), non presenti tra i padri costituenti o loro nemici. Era una roba che apparve ostile e pericoloso all’impostazione legacy della politica nostrana di centrosinistra. Sorse solido come una roccia il sospetto che queste formazioni, per quanto giurassero di no, avrebbero prima o poi violato la libertà di stampa. Sospetto che si fece fortissimo quando questo strano blocco cominciò a vincere le elezioni. Famosissima l’invettiva del regista Moretti che a queste prime vittorie scoppiò in un I telegiornali di Fede (l’ex giornalista Rai che trasmise il primo Tg privato) sono una minaccia per la democrazia. Alla fine ’90 ed inizio 2000, ai congressi dell’UJCE, l’unione dei giornalisti europei, le delegazioni italiane non mancarono più di denunciare il rischio di una strozzatura economica della press, dettata dalla tenaglia del conflitto d’interesse tra unione personale delle Tv private e della direzione del centrodestra concentrate sulla figura di Berlusconi. Ci fu pure un tentativo di cassare per referendum popolare una Tv privata che non incontrò il favore popolare. E nel 2002 nacque dentro la Rai, l’associazione Articolo 21 che si richiama al dettato costituzionale sulla libertà di stampa, fondata dall’attuale presidente del sindacato dei giornalisti FNSI. La Rai infatti aveva finito per sentire, nelle Tv private, una minaccia alla propria esistenza. ù

Bisogna notare che nel passato la forza di una testata

era anche espressione del numero di lettori che erano pure elettori, oppure investitori, parrocchiani, forze corporative o religiose. In quel periodo invece avvenne lo strano  fenomeno per cui la massa di votanti non trovò più corrispondenti forti testate; e lo stesso avvenne per tutte e altre categorie. Circa più di un terzo della società, di indirizzo di centrodestra, si trovò  ristretto in un pugno di giornali, tutti in qualche modo vicini al gruppo Tv di cui sopra, mentre l’altro terzo di lettori, elettori, investitori, ecc. divenne il pubblico di Corrierone, Famiglia Cristiana, Il Sole 24 ore, l’Unità finchè esistette, Repubblica, Stampa, Messaggero, Il Mattino e via di questo passo. Tutta la corporazione della stampa e dei media, fece una scelta di campo politica unilaterale politicamente corretta. Le espressioni di critica contro la fazione avversa trascesero presto negli insulti, nelle contumelie e nelle accuse. Le risposte vennero interpretate come provocazioni, allontanamenti coatti, editti bulgari, minacce alla libertà di stampa che vennero anche censurati in luoghi istituzionali europei.

E’ del 2004 il rapporto Freedom of the Press, dell’istituto

Usa Freedom House, che censurò l’Italia come parzialmente libera (partly free) dopo 20 anni di controversa legge Gasparri, quella che fondò l’Agcom e che non risolse la capacità del primo ministro di influenzare il servizio di trasmissione pubblica RAI. Detto dal paese dove 50 famiglie economicamente oligarchiche mantengono il controllo sui due partiti principali e su tutte le Tv. Nel frattempo ad essere minacciati più che di libertà di penna, ma di arresto furono Iannuzzi, Feltri, Sallusti, Mulè, Farina, tutti giornalisti di quelle 4 testate fuori dal coro. Alcuni vennero espulsi dall’Ordine per sempre, altri sospesi sempe giuducati dai colleghi della fazione opposta.

Poi nei rapporti del World Press Freedom Index del 2005 e del 2006 il giudizio sulla libertà di stampa censura l’aumento delle influenze politiche; e nel 2009 fa scivolare l’Italia tra i paesi semiliberi. Tra 2013 e 2014 l’Italia perde 24 posizioni scendendo al 73° posto per l’aumento delle cause di diffamazione infondate, per i 50 cronisti sotto scorta e per le intimidazioni (soprattutto danneggiamenti alle  auto dei giornalisti ). Il rapporto addossa all’Italia anche i processi vaticanensi a Nuzzi e Fittipaldi sul Vatileaks. Poi ci si mise anche Renzi che alla Leopolda da presidente del Consiglio fece una consultazione online per scegliere la prima pagina peggiore dei quotidiani italiani. Nel 2017 l’Italia è 77° su 180, con un giornalismo da terzo mondo, molto peggio di El Salvador, il paese con il più alto tasso annuale di omicidi al mondo o peggio della Moldavia, il paese più corrotto d’Europa. 

E’ evidente ad occhio nudo che l’Italia non è paragonabile

a paesi dove ogni anno si uccidono tra i cento e mille giornalisti. E che la situazione degli ultimi decenni è più libera del tempo in cui ciascuna nation aveva la propria station. E’ anche evidente che sono almeno diverse centinaia, se non di più, le carriere di giornalisti costruite praticamente solo sull’insulto, l’accusa, l’attacco alle persone di una parte politica, che per il loro operato non hanno affatto sofferto, anzi. Da ciò deriva l’incredulità a queste classifiche, che in effetti non si basano su dati ma su sondaggi cui devono rispondere giornalisti. L’Index delega al lavoro alcune associazioni come Federazione europea dei giornalisti, Federazione internazionale dei giornalisti, Associazione dei giornalisti europei, Article 19, Reporter senza frontiere, Comitato per la protezione dei giornalisti, Index on Censorship, International Press Institute, International News Safety Institute, Rory Peck Trust, Unione europea di radiodiffusione e PEN International.

Queste individuano liste di persone riservate, per loro protezione. Le persone prescelte assegna un voto da 1 a 10 ai titoli ( pluralismo, indipendenza dei media, contesto e autocensura, legislatura, trasparenza e infrastrutture). I punteggi vengono pesati statisticamente per ottenere punteggi, poi si elabora il numero di giornalisti uccisi, arrestati, minacciati e licenziati. L’80% si basa sulle opinioni soggettive di enti e persone scelte. Se all’estremista femminista si chiede un giudizio sulla violenza sulle donne, o ad un produttivista quello sull’inquinamento indutriale, cosa si otterrebbe? Qui le domande vengono poste a persone e testate schierate da decenni le cui risposte vanno sempre sull’innalzamento dell’allarme. 

Le novità 2019 sono due, l’allarme del Consiglio d’Europa,

sulla libertà di stampa al posto dell’Index Usa e l’individuazione del nemico negli attuali governanti, Lega e 5Stelle. Per affermare (nel rapporto Democrazia a rischio: minacce e attacchi contro la libertà dei media in Europa) che in Italia llibertà di stampa è chiaramente deteriorata nel 2018 e che Chi governa alimenta le violenze sui giornalisti, il Consiglio si è affidato agli stessi enti precedenti (attraverso una piattaforma che paghiamo e che non è noto come venga assegnata) con i medesimi risultati, tanto da inserirci nello stesso capitolo di Russia e Turchia. Brilla nel rapporto la minaccia del ministro degli Interni di togliere la scorta al giornalista Roberto Saviano. Notizia palesemente falsa. Non manca la politica di abolizione dei fondi pubblici alla stampa interpretata come attentato alla libertà di espressione. Denunciata anche la retorica ostile ai giornalisti sui social, che quindi non è legittima cronaca. Il documento può essere un report interno alla formazione LiberiEguali tanto è di evidente faziosità politica. Quello che meraviglia è che la campagna contro l’uomo di destra Berlusconi viene ora sostituita ovviamente con argomenti del tutto diversi da una campagna contro i Dioscuri della nuova destra, peraltro coopando nel fronte anche l’amtico nemico. Non è più la corruzione, è la disumanità il problema della libertà di stampa. 

Come è noto, non sono le scelte dei 7 milioni di lettori a

determinare l’esistenza dei giornali. E’ l’investimento, spesso improduttivo economicamente sostenuto da motivazioni influencing. Quindi le preferenze individuali e di massa contano poco. Nella globalizzazione si stanno affermando emittenze multipiattaforma mondiali, che travolgono le dispute Tv pubblica e Tv privata. Si affermano flussi di notizie spinte anch’esse multipiattaforma dove le testate contrubuiscono come cintent creation. E’ sempre più difficile parlare di libertà di stampa come business garantito da fondi pubblici. Il suo significato ormai è la libertà dei media di investigare e criticare il potere. Qui invece una massa di giornali edita e finanziata dai poteri industriali e bancari, che ne difende i punti di vista, si sentirebbe aggredita da forze politiche che di beni al sole ne hanno ben pochi.

Sono decenni che i media non corrispondono, non si interfacciano, ma intendono solo didatticanente spiegare cosa devono pensare a milioni di persone, magari con l’educazione finanziaria. L’insofferenza, oggi manifesta, figlia dell’incredulità, è la conseguenza di decenni di travisamento delle proprie funzioni da parte della stampa. Lalegge del contrapasso fa si che proprio gli ex indignati contro la destra, oggi siano segnati a dito come i nuovi prcclamatori di editti bulgari. Il ruischio è che un giornalismo così finisca per essere travolto da nuove piattaforme tecnologiche con contenuti propri più oggettivi ed aderenti alla realtà.

Contro quelli le associazioni dell’Index e del Consiglio d’Europa non alzeranno un dito nè un sondaggio.

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