Sul latte l’elemosina degli industriali. Ma i pastori non svendono la dignità

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Un po’ viene da sbucciarsele le mani. Sbucciarsele a furia di applausi per questi pastori che l’elemosina non l’hanno accettata. Gli industriali, i ricchi della partita sul prezzo del latte, volevano limitarsi a lanciare una monetina di rame. Cinque centesimi di aumento. Cin-que, è stata la proposta. Una miseria. Una presa in giro. Una questua anche abbastanza meschina.

Sarebbe troppo facile, dopo fiumi di latte versati, dire che i pastori sono la fierezza di un popolo. Il nostro. Quello sardo. Perché nemmeno loro, come abbiamo scritto anche ieri su Sardinia Post, sono immuni da colpe. Per dirne una: negli anni – e ne sono passati oltre venti – non sono riusciti dall’imbuto del pecorino romano, paragonato a un Eden, a un giardino eterno della ricchezza. E quando la domanda di formaggio non sardo fatto con latte sardo è crollato, sono rimasti in braghe di tela, gli allevatori.

Questa, però, è storia. Per restare invece sulla serata di oggi, commuove la dignità dei pastori. La testa non l’hanno abbassata. Anzi. I muscoli della coerenza in una battaglia durissima, li hanno mostrati sino alla fine, decidendo di alzarsi dal tavolo in Regione. Mollandoli lì gli industriali, che hanno avuto la faccia tosta di contrattare per cinque ore l’aumento del prezzo da 60 a 65 centesimi. Ben sapendo che i pastori ne spendono tra i 70 e gli 80 per produrre un litro di latte.

Sì, gli allevatori della nostra Isola lavorano in perdita, per spiegarla come è realmente. A mala pena sopravvivono perché i soldi che perdono su ogni litro, li recuperano dai contributi di Bruxelles. Risorse Ue che, per esempio, arrivano per il benessere animale. La cura delle pecore, detto papale papale. I pastori tolgono da una parte, col sudore, e recuperano appena dall’altra, con la manina di mamma Europa, ben sapendo che oggi riescono a sbarcare il lunario, ma domani chissà.

Nella partita del latte la politica è entrata a piè pari. Più di tutti a cavalcare l’onda bianca della protesta è stato il capo della Lega, Matteo Salvini. Lunedì il ministro dell’Interno ha detto a gran voce che lui la battaglia del latte l’avrebbe chiusa e vinta in due giorni.

Le quarantotto ore scadono domani, 14 febbraio (San Valentino, per gli innamorati e forse anche un po’ creduloni). E se per caso gli industriali non faranno altre elemosine sul prezzo del latte – per inciso: al momento non sembrano intenzionati -, Salvini rischia di finire col cerino in mano. Da eroe (autoproclamato), ha la concreta possibilità di rimediare una brutta figura.

Alessandra Carta

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