Latte: 5 risposte a 5 domande di chi non conosce i problemi dei pastori

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L’attacco all’Arborea, che non tratta latte ovino ma di mucca, è un reato che macchia la legittima protesta dei pastori sulle loro difficoltà. Polizia e Carabinieri stanno lavorando per tutelare il lavoro e la proprietà privata delle nostre imprese da una minoranza di delinquenti e ignoranti, moralmente sostenuti da sardi che non hanno mai acquistato pecorino romano.
Uno spettacolo indegno a cui si aggiungono le parassitarie proposte del PD e del governo di destinare altri 20 milioni di euro di sussidi al settore, nonostante per decenni i sussidi siano stati la causa della sovrapproduzione di latte ovino e di pecorino romano, privi di validi sbocchi di mercato. Con 2 milioni, 851mila e 517 pecore. Uno dei peggiori danni causati dall’interventismo pubblico nell’economia sarda.

Ecco 5 risposte brevi a 5 domande: 1) perché il latte viene pagato poco? 2) perché si trasforma quasi tutto in pecorino romano? 3) perché la maggioranza dei produttori non diversifica la produzione? 4) come si può far salire il prezzo del latte? 5) non sarebbe meglio chiudere i porti alla concorrenza esterna?

Di Adriano Bomboi.

1) Perché il prezzo al litro del latte è basso?

Non tanto a causa degli industriali che comprano e trasformano il latte (perché alcune cooperative sono già gestite dai pastori stessi), ma perché, a differenza di tutti i maggiori Paesi del mondo, in cui agricoltura e allevamento sono comunque sovvenzionati, la cultura locale e la politica locale si sono orientate nella produzione e nella promozione dell’allevamento di pecore, e solo secondariamente di altri tipi di bestiame. Concentrando inoltre tale produzione in microaziende prive di allevamenti intensivi. Abbiamo 2 milioni, 851mila e 517 pecore (dati Agris 2018), distribuite in 12.267 allevamenti. Questo esercito di pecore produce una montagna di latte, inflazionandone dunque il prezzo al ribasso.

2) Perché quasi tutto questo latte viene trasformato solo in pecorino romano?

Perché il pecorino romano è una commodity. Ossia un prodotto di basso valore, che non si guasta in tempi rapidi, e che mantiene le sue caratteristiche inalterate, ideale per essere esportato a grandi distanze (vedere export negli USA). Altri formaggi ovini invece, seppur qualitativamente migliori, non si prestano ad un export di tali dimensioni. I consumatori sardi tendono dunque a non consumare il pecorino romano standard, che infatti ha numeri marginali nel PIL dell’isola (falso lo slogan: “se muore la pastorizia, muore la Sardegna”. Ma non dobbiamo far morire la pastorizia).

3) Dunque perché non si diversifica la produzione per risolvere questi problemi?

A causa di altri 4 problemi: 1) perché le circa 12mila aziende che trattano questo prodotto sono di medie e soprattutto piccole dimensioni. Non hanno risorse economiche, né competenze di marketing per aprire nuovi segmenti commerciali del settore. I quali peraltro sarebbero prevalentemente rivolti al magro mercato interno, dominato dal latte delle mucche e anche dai formaggi di tale latte vaccino (per citarne alcuni, vedere prodotti Nestlè, Parmigiano Reggiano, Grana Padano, e secondariamente anche pecorini sardi, non romano); 2) perché c’è scarsa propensione alla cooperazione per unire sia le cooperative attuali, che i caseifici e conferitori attuali, disseminati in centinaia di punti vendita; 3) perché subiamo il peso del fisco, della burocrazia italiana, e dei vari costi attinenti alla produzione e alla distribuzione dei prodotti; 4) perché il numero di allevatori ovini è così alto che, anche qualora si sviluppasse una maggiore diversificazione dei derivati del latte, una percentuale di questi piccoli allevatori rischierebbe di rimanere comunque fuori dal mercato.

4) Come si può far salire il prezzo al litro per il latte?

Con 4 logiche affini al libero mercato: 1) tagliando i sussidi e concentrarli, a limite, su chi dimostra reali capacità di investimento, determinate da una crescita, non del numero di aziende, ma della loro dimensione media (ciò implica pure una difficile riforma del sistema fiscale e burocratico italiano). Queste aziende potrebbero espandere il loro fatturato e aggredire i mercati con nuovi prodotti, sulla falsariga del successo di Arborea; 2) evitando di acquistare le eccedenze invendute di pecorino. Fare il contrario significherebbe incentivare una mancata razionalizzazione del volume di produzione (chi è culturalmente abituato al sussidio non comprende che, come ogni altra categoria produttiva, può fallire, e non dovrebbe alimentare facile vittimismo); 3) eliminando dal sistema, col taglio dei sussidi, le aziende improduttive in eccesso, incapaci di innovare e di avvicinarsi ai gusti reali dei consumatori, lasciando così risorse – tramite il fisco – alle aziende più virtuose (una buona percentuale di disoccupazione proveniente dalle prime imprese potrebbe essere riallocata nelle seconde, altri singoli operatori purtroppo dovranno cambiare mestiere); 4) creare un tetto massimo di produzione a cui tutti i produttori dovrebbero attenersi. Questa misura tuttavia sarebbe solo temporanea. Non rispecchia appieno una logica di mercato e implicherebbe il taglio del numero di pecore, e dunque del fatturato di piccole aziende che finirebbero, in tempi relativemente brevi, per sparire. A quel punto servirebbe una rete di welfare per sostenere chi si ritroverebbe senza lavoro, col paradosso di impiegare ulteriori soldi pubblici per sanare i danni creati in passato dall’eccesso di denaro pubblico. E ci vorranno anni.

5) Non sarebbe meglio chiudere i porti ai prodotti che arrivano dall’estero e dalla penisola?

No, violerebbe le regole della concorrenza, senza considerare che è falsa la notizia secondo cui oggi arriverebbero ogni mese milioni di litri di latte ovino nell’isola. Tale protezionismo spingerebbe i mercati del nostro export a chiudere la porta ai nostri prodotti. Ciò farebbe fallire parecchie aziende sarde, e provocherebbe un rialzo dei prezzi ai consumatori, con prodotti acquistabili solo da una fascia benestante della popolazione. E infine avremmo prodotti di scarsa qualità (in quanto il mancato confronto con la concorrenza livellerebbe la qualità delle nostre produzioni verso il basso).

Non esistono altre soluzioni strutturali per aiutare i pastori. E chi vi dice il contrario, magari proponendo temporanei aggiustamenti del prezzo del latte a carico dei contribuenti, o mente, o non ha la più pallida idea del funzionamento di un libero mercato. Mercato che, in tempi brevi, se non impareremo ad essere competitivi, ci verrà fregato da altri agguerriti concorrenti, meno propensi a perdere tempo in chiacchiere e romantiche bugie antropologiche sul ruolo sociale degli allevatori.

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U.R.N. Sardinnya ONLINE

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