Incontro con il prof. Gianfranco Sabattini

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Atterriamo, adesso. Dulcis in fundo o in cauda venenum adesso, vediamo un po’, forse tutti e due.
Io stamattina ho fatto un articolo di presentazione della giornata di oggi su Aladinnwes e ho dato una definizione di Gianfranco Sabattini, G. S. è stato mio professore, grande professore della facoltà di economia dell’università di Cagliari. E’ una definizione che lo farà arrabbiare …
Il Prof.Sabattini, non è un ex professore della facoltà, è un professore, citando la frase biblica tu es sacerdotes in aeternum secundum ordinem Melchisedec: lui c’è poco da fare, ma forse varrà anche per un ordine professionale, forse sicuramente anche per Andrea Pubusa, questi sono sacerdoti e gli tocca svolgere questo ruolo vita natural durante e anche dopo .
Però c’è una definizione più laica di Sabattini, perché Sabattini è un laico autentico in politica, nella sua vita; c’è una definizione anche più laica che è quello di riserva della repubblica.
Questo vale soprattutto oggi che abbiamo, troppi diciamo così intellettuali, e questa è una domanda che vorrei fare anche a Gianfranco che sono al libro paga ed è legittimo che lo siano, anche delle istituzioni però dei quali manca la voce critica e invece bisogna essere critici, anche quando inizialmente si è dentro il sistema anche delle commesse perché è giusto anche che, per esempio le ricerche vengano sostenute dal denaro pubblico . E quindi una riserva democratica della repubblica, in una concezione che a Sabattini piace anche molto:
E’ scritto anche in questo libro che io presento che c’è bisogno di un’alleanza intergenerazionale. Badate se non c’è questo, rischiamo grosso e queste banalità , rottamazioni ecc sono quanto di peggio possa esistere, se noi vogliamo davvero innescare processi diversi nel nostro paese.
Questo è un libro breve “ Lo sviluppo locale della Sardegna . Territori, popolazioni, istituzioni”, però veramente molto denso: Bisognerebbe, diciamolo a favore della lettura, articolare dei seminari per tutti, soprattutto a iniziare dai nostri politici.
Il libro è composto da cinque saggi , tre di Sabattini e due scritti, insieme da lui e dal professor Vittorio Dettori, che ricordo come un eminente docente della nostra facoltà, cattolico.
E’ quindi interessante questa collaborazione stretta, forse di stima personale, di vicende, di lavoro fatto insieme, ma che ha portato anche positivamente a delle riflessioni più complete.
Diciamo, se Sabattini non si offende, che hanno completato anche in qualche modo, il percorso di Sabattini che è fondamentalmente un economista e qualche volta, non si adonterà per questo, magari sottovaluta alcuni altri aspetti, gli aspetti umani che in questo libro, sono ben evidenziati.
L’introduzione al libro, che è stato curato da Sabattini per l’Istituto Gramsci, è scritta da Pietro Maurandi, anche lui professore della facoltà di economia.
Pietro M. fa un ragionamento fondamentale che dice: io sono pessimista perché conosco la classe politica locale , su cui meglio stendere un velo pietoso, in generale non di grande spessore di un intero e poi perché su temi importanti che vengono trattati da Sabattini, quali per esempio quello della riforma in senso federalista dello stato, anche che se Sabattini sa fare delle precisazioni, non si confonde certo con impostazioni originariamente leghiste, né su un autonomismo che è stato un po’ deprezzato , su questo io sono un pessimista. Però – dice Maurandi – a leggere questo libro mi devo ricredere, posso diventare anche ottimista .
Io questo ottimismo che addirittura ha contagiato Maurandi e tanti altri, non ho apprezzato moltissimo, non è che si legga molto o meglio non è che ci si possa credere a meno che – prendo una definizione che lui stesso ha pubblicizzato in uno dei suoi scritti- a meno che non la si pensi come Barbara Wootton che in un bell’aforisma ha detto, e questo lo attribuisco a Sabattini : è dai campioni dell’impossibile, piuttosto che dagli schiavi del possibile che l’evoluzione trae la sua forza creativa. Anche Bakunin ha detto, certo non è finito molto bene , cercate l’impossibile perché chi si è limitato al possibile non ha mai fatto un passo avanti. Un po’ Professor Sabattini, è un complimento, io lo vedo come un campione dell’impossibile. E venendo qui, qualcuno ha detto: ma questo libro che ha scritto Sabattini con Dettori sarà utilizzato come programma governativo per la futura gestione della Sardegna, per una parte che si augura di vincere.
Ora di questo bisogna essere contenti, cosa c’è di meglio per un intellettuale che fornire la propria collaborazione e questa elaborazione alla politica che ne fa strumento operativo?
Però probabilmente bisogna anche preoccuparsi, perché per essere un po’ volgari, parafrasando il famoso re Mida, che tutto toccava e tutto diventava d’oro, c’è qualcuno che tutto tocca e tutto diventa merda. Quindi bisogna stare molto attenti a questa preoccupazione ,tuttavia dal punto di vista dell’ottimismo, che è nobile perché gramsciano, del pessimismo della ragione, ma anche dell’ottimismo dell’intelligenza e della volontà si può dire,…
Sabattini dice: guardate si può essere ottimisti a una condizione che si facciano le cose che io dico e ve le scrivo anche con chiarezza. Insomma il primo scritto ..io non posso soffermarmi certo a parlare perché poi devo fare domande o una domanda fondamentale a Gianfranco Sabattini, perché, andando per titoli, lui pone quattro condizioni perché la Sardegna possa investire nello sviluppo. Evitare la sindrome del fallimento, il complesso del fallimento.
E questo è già un indicazione che sembrerebbe fuori anche dal preciso campo economico, cioè investire sulla fiducia, quindi un investire sui giovani e in questo forse c’è lo zampino di Pietro Dettori perché sembra quasi l’esortazione di papa Francesco ai giovani: non lasciatevi rubare la speranza. Sabattini non fa esortazioni, tanto meno mischia il sacro col profano, però in effetti questa esortazione è fondamentale: investire sulla fiducia, perché quando Sabattini dice: la diversità della mia impostazione è la mobilitazione delle forze endogene , sta dicendo che bisogna investire, ma l’ha detto prima con grande chiarezza, sulla partecipazione, sul fatto che i territori devono trovare fiducia e quindi devono essere chiamati a responsabilizzazione, ma anche ad avere potere e quindi questo richiama il riassetto istituzionale della regione. E quindi, evitare la sindrome del fallimento. Avviare praticare un processo di profonda trasformazione della struttura organizzativa del contesto regionale che abbia come esito finale e questa la domanda – la rivalutazione o diciamo la riflessione e forse anche la rifondazione del momento identitario, Sardegna quindi la sua identità
Poi 2 .La riscrittura del piano di sviluppo sociale ed economico, -qui non l’ha scritto un articolo 13 nuovo piano di rinascita della sardegna? e poi la riscrittura dello Statuto.
Continua Sabattini come terza condizione realizzare una piena estesa società civile regionale integrata
Quattro, creare strutture di governo regionali capaci di assumere un obiettivo medio lungo termine , meritare la fiducia dei cittadini regionali .
Su questo io vorrei chiedere a Sabattini questa è una questione… ma è vero che dobbiamo avere fiducia e che quindi dobbiamo essere ci tocca essere ottimisti, se vogliamo incidere nella… avere un ruolo nello sviluppo della Sardegna? primo. e secondo, -tralascio la questione identitaria, ne ha parlato quando ha parlato di quella ricerca fatta dalla facoltà di economia e di giurisprudenza degli aspetti identitari- e secondo , ma la riscrittura del piano di sviluppo sociale ed economico come dovrebbe essere fatta? ma significa articolo 13 la riscrittura e quindi, chiamiamolo così un nuovo piano di rinascita della sardegna, quindi non solo dello stato ?
E poi la riscrittura dello statuto , abbiamo quello depotenziato che abbiamo adottato originariamente ma che non è stato modificato e comunque non è stato neppure utilizzato per tutte le potenzialità che aveva, per esempio lui cita fra gli autori Allegretti che aveva ragionato su questo dicendo: va bene, nonostante sia stato depotenziato, non abbiamo noi sardi la capacità di utilizzarlo.
Queste sono le domande se Sabattini riesce a rispondere unificandole rispetto a quello che ho detto, perché poi passerei a un’ ulteriore domanda
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Sabattini
E’ un pool di domande. Vediamo di semplificare le cose. Io parto da questo presupposto: per varie ragioni, senza andare alla ricerca delle motivazioni culturali e ideologiche che purtroppo ci sono state, alla base del “fallimento”, -lo metto fra virgolette, perché alcuni non vogliono sentir parlare di fallimento dell’esperienza. Perché coloro i quali, ancora in vita e o, diciamo, super funzionalmente operanti all’interno di qualche istituzione , non vogliono sentir parlare di fallimento dell’esperienza, perché pensano alla possibilità di un giudizio negativo che potrebbe ricadere su di loro. Intendo riferirmi a quei resti dei partiti storici che ancora sono attivi e per loro- potrei fare un nome per tutti ma lasciamo perdere – quello che è stato fatto, è stato fatto, positivamente, nel senso che ha rappresentato un passo avanti per la Sardegna.
Io ho sempre distinto, fondamentalmente, la crescita dallo sviluppo. La Sardegna è stata protagonista di un processo di industrializzazione forte, dissociato però da ogni dimensione qualitativa. Ora il fatto che sia accaduto questo, può darsi che non abbia alcun rilievo rispetto alla prospettiva futura, ma secondo me ce l’ha. Perché? perché bisogna fare i conti col fatto che, malgrado il processo di industrializzazione forte realizzato, con trasferimenti consistenti di risorse dal resto dell’economia nazionale e, ultimamente, anche dal resto dell’Europa, la Sardegna non è riuscita a porre in essere un sistema produttivo, una base produttiva capace di camminare con le proprie gambe, nel senso che non è mai riuscita a presentare un conto in avanzo.
Quindi dal punto di vista della crescita, l’indice è negativo; a maggior ragione dal punto di vista qualitativo. Perché lo sviluppo della Sardegna dal punto di vista qualitativo è consistito in una ridistribuzione, (L’ho ripetuto mille volte e lo ripeto da anni, è un pezzo forte del mio corso di politica economica con riferimento alla Sardegna), in una distribuzione intersettoriale della forza lavoro. Nel senso che da sistema agro pastorale con produzione prevalentemente orientata all’autoconsumo, si è trasformato in un’economia burocratizzata, terziarizzata, prevalentemente concentrata nel settore dei servizi, non per il mercato, ma concentrata nella pubblica amministrazione , regionale innanzi tutto e anche statale. Perché ?
E’ accaduto questo: il settore di trasformazione è rimasto al palo, sia in termini di quantità prodotta, sia in termini di occupazione e si sono gonfiati a dismisura servizi che, a parte alcuni servizi funzionali, tipo i servizi bancari, erano attività di puro rifugio. Parlo dell’artigianato, che è stato devastato, e parlo anche dell’ambulantato prevalente. Ne abbiamo una manifestazione in occasione delle feste ricorrenti, quando le vie centrali della città si riempiono di baracchini dove non si vendono prodotti di artigianato sardo, ma bensì cineserie.
Allora c’è da chiedersi: a chi imputare il fatto che, tutto sommato, la Sardegna in 70 anni, pur avendo sperimentato un processo di industrializzazione forte, non sia riuscita ad esprimere una classe dirigente politica in grado di indirizzare le risorse che riceveva, in maniera produttiva? dal punto di vista, però, non soltanto produttivo, ma anche dal punto di vista qualitativo, capace cioè di diffondere e di radicare nel comportamento medio, in una dimensione antropologica del sardo, la propensione a sviluppare professionalità imprenditoriali non da re- investimento, ma da trasferimento. Cosa ha partorito invece? ha partorito attività produttive che si reggevano nella misura in cui solitamente venivano aiutate dalla regione. Non è necessario scrivere libri per constatare sostanzialmente che i vari progetti finanziati per la Sardegna sono falliti perché non c’è stata una riforma della pubblica amministrazione. E’ tautologia pura . Non c’è stata riforma della pubblica amministrazione perché ci sono stati progetti di quel tipo destinati a fallire.
Per cui la classe politica, che avrebbe dovuto in ogni caso costituire la variabile indipendente del miglioramento qualitativo e della società sarda, si è trasformata in una classe questuante -lo diceva e la qualificava così anche Laconi- che ha trasformato, e già ai suoi tempi, l’autonomia in autonomia querula, avvezza cioè a chiedere costantemente e sistematicamente nuovi trasferimenti.
La classe dirigente politica si poneva come ricercatrice o ricevitrice di risorse da distribuire in funzione del proprio mantenimento, non del miglioramento delle condizioni sociali della popolazione e sarda, ma unicamente ed esclusivamente per il mantenimento di proprie posizioni di potere. Questo è avvenuto grazie alla strutturazione dell’organizzazione burocratica della regione, sostanzialmente centralistica. Io ho sempre detto , riprendendo un’espressione felice di Umberto Allegretti, che la regione sarda si è strutturata ad immagine e somiglianza dello stato centrale, cioè ha interiorizzato il mostro centralistico. Quel mostro centralistico che a livello nazionale peraltro era stato abbondantemente interiorizzato, sin dalla realizzazione dell’unità d’Italia.
Il dibattito iniziò prima dell’unità e continuo dopo l’unità e non se n’è venuti a capo, se non con un mostro tipicamente italiano: con un sistema regionale.
Questo dal punto di vista dell’approccio federalistico, di quello che tutto ciò significa, non è nulla; i migliori libri sul federalismo non contemplano un sistema regionalistico. Un sistema regionalistico non è né carne, né pesce, non è né centralismo e né federalismo.
Allora io dico se il fallimento fondamentalmente è passato attraverso una struttura dell’organizzazione politica regionale fortemente centralistica, dobbiamo pensare che presumibilmente una strada che non abbiamo battuto e che ci viene imposto di pensare di poterla sperimentare, è di isolare in parte il centro e di coinvolgere la periferia.
Questo è il punto fondamentale; per far questo quel discorso sul federalismo.
Ovviamente parte dal presupposto che l’unità nasca fondamentalmente, non da una concessione dall’alto, ma da un’adesione spontanea ad una nuova operazione unitaria che viene dal basso.
E qui nascono le perplessità: investiamo nella speranza d’accordo, quale? che le società periferiche, le società civili locali, sinora sostanzialmente estromesse da ogni capacità di agire, da ogni processo decisionale, siano e diventino protagoniste. E’ evidente che, dal punto di vista istituzionale, questo implicherebbe una riforma della regione in senso federalistico, ma questo sconta difficoltà estreme. Perché se la regione per darsi una organizzazione federalistica dovrebbe partire da una organizzazione federalistica nazionale e, siccome il nostro paese fa parte di un’organizzazione sovranazionale, noi dovremmo partire dall’alto. Un’organizzazione federalistica con l’unificazione europea che a cascata dovrebbe informare di sé l’organizzazione di singoli stati nazionali e i singoli stati nazionali dovrebbero in qualche modo articolarsi federalisticamente anche livello territoriale.
Così avremmo la struttura o l’ingegneria istituzionale.
Da questo punto di vista molti economisti si sono cimentati – a dire il vero poco a livello nazionale- ma senza andare troppo lontano nel tempo, lo stesso Frederich Hayek, ha descritto in un libro, un’ ipotetica costituzione federalistica. L’aveva scritta giusto per difendersi dalle mire hitleriane, per difendere dalla possibilità di un Anschluss, di una cooptazione o di una intromissione del nazismo che avrebbe negato indipendenza e autonomia; lui pensava che sarebbe stata sufficiente un’articolazione istituzionale che avesse garantito un po’ di autonomia decisionale all’Austria, ma sappiamo come le cose sono andate… Però lui si cimenta da questo punto di vista, e ha messo in evidenza come un processo decisionale -una grande impresa e poi l’hanno fatta propria non interiorizzata- che lasci autonomia alla periferia e che riassuma la decisione finale attraverso la cooptazione di livelli decisionali inferiori e via via superiore sino alla decisione finale… E’ il succo del federalismo sostanzialmente questo no?
Io condivido molto una prospettiva che viene tracciata da Gian Giacomo Ortu il quale dice: “Abbiamo bisogno di federalismo, però nelle more che si realizzi il disegno federalistico bisogna in qualche modo trovare, introdurre nell’organizzazione istituzionale regionale attuale, elementi di federalismo”. Il problema centrale che mette in crisi anche lui è quando gli si chiede: ma quali sono questi elementi federalistici?
Io mi permetto di dire che c’è la possibilità di trovarli e in che cosa consiste? In un’idea che mi pare condivisa anche da Andrea. L’idea è che il processo decisionale, -per cui vengo poi alla trinità cui accennavi prima-, nasca dal basso attraverso una partecipazione delle popolazioni civili, dei singoli luoghi dalla Sardegna. Il che implica appunto la struttura istituzionale articolata in funzione di alcuni parametri che, ovviamente, devono essere trovati, non sulla base di convenienze del tutto cervellotiche sul tipo di quelle che sono state adottate in occasione della riforma degli enti locali varata l’anno scorso.
A.Pubusa- Una vergogna-.
Sì, e dopo, tutto quello che poi è successo, dopo la bocciatura referendaria della proposta di modifica della costituzione…
A questo punto se effettivamente si accettasse questa prospettiva e diventasse una prospettiva di un governo futuro dalla regione, dovrebbe consistere in un’articolazione territoriale locale degli strumenti della programmazione.
Questo è il punto fondamentale, su questo non c’è bisogno di modifiche costituzionali, basta una legge ordinaria che stabilisca il modo in cui fondamentalmente le popolazioni locali…

A.Pubusa- Non solo non ci vuole una modifica, ma è l’esatta attuazione sia della Costituzione, che dice questo, sia dello Statuto che dice che di norma le funzioni amministrative sono esercitate dagli Enti locali-
Non soltanto le funzioni amministrative, anche progettuali rispetto fondamentalmente al futuro, alla speranza nella quale dobbiamo fondamentalmente investire, speranza dei giovani, della società civile locale
F. Codonesu Posso dire? E’ cosa diversa quel che dici tu , rispetto ai patti territoriali che abbiamo visto negli anni scorsi. Perché riprogrammare a livello basso non vuol dire assolutamente rilanciare i patti territoriali; è un’altra cosa: funzione programmatoria rimodulata su base locale
Questo cosa implicherebbe? una conseguenza quasi spontanea che non avrebbe bisogno di grandi scontri politici, di grandi conflitti, perché la Regione, a livello centrale, anziché accollarsi le decisioni ultime, dovrebbe limitarsi a svolgere la funzione di coordinamento, di indirizzi rispetto alle iniziative territoriali: tutto qui. Allora, su queste basi, rilanciare l’autonomia significherebbe fondamentalmente vivere i tre momenti sostanziali che interagiscono tra di loro: momento identitario, (ma non ridotto al, che so io, alla recita di un duru duru in uno dei bar più scassati di Caracas, in una bettola dove gli avvinazzati.., si è anche quello!, c’era quel ragazzo che mi ha fatto pena , chiedo scusa che parlava di esportazione di cultura da parte della Sardegna, con le launeddas, e va bene…speranza, investiamo nella speranza, sì, anche le launeddas va bene, anche i mamuthones sono famosi tutto il mondo. la maschera del mamuthone è formidabile, è la maschera che mi fa impressione mi piace… nessuno discute… anche quelle).
Identità che non significa però valore ancestrale, identità significa fondamentalmente individuare sulla base della propria specificità culturale, esperienziale ciò che vogliamo essere in futuro. Allora significa sì, celebrare il momento identitario che deve consentire di individuare momenti futuri rispetto ai quali riscrivere lo Statuto, perché lo Statuto non è che sia un prius rispetto a quello che devi fare. No è qualcosa che devi organizzare dopo in funzione di quello che devi fare.
Se questo avverrà, può darsi che la Sardegna possa nutrire qualche possibilità.
Ci vuole uno sforzo non di poco conto, non si vede nulla in questo senso, nessun accenno; non c’è bisogno di grandi rivolgimenti e di grande e di grande costruzione istituzionale, ma è una semplice volontà politica.
Ecco il motivo per cui dico può darsi: mi è sembrato di rinvenire però qualcosa del confronto elettorale in corso, qualcosa che si muove in questo senso. E quindi c’è da augurarsi che si approfondisca e la nuova classe dirigente faccia propria questa esigenza, questa prospettiva di azione. E si sperimenti una via di crescita e di sviluppo che sinora è rimasta negletta, nel senso che è stata non soltanto trascurata, ma addirittura impedita,
perché nella misura in cui la regione centrale divenne … badate in quelle ricerche sul campo cui prima facevamo cenno mi aveva impressionato un fatto – (lì c’era a mio parere anche un errore di metodo nel formulare, sia nella domanda, sia nella somministrazione del questionario, però indipendentemente da questo), risultava che in maggioranza i sardi non gradivano l’autonomia. Questo aspetto non è stato né colto né commentato, mentre raccogliendo tutti i commenti fatti intorno ai dati raccolti, risultava che la maggioranza dei Sardi, per un motivo o per un altro si sentivano non Sardi, Italiani, Europei. Io però ho pensato che si sentono più Italiani che non Sardi, giusto perché dall’Italia, dall’Europa veniva il conquibus, venivano i trasferimenti. Questo è il punto: che i sardi si entusiasmino per la possibilità di utilizzare ciò che dicevamo per avviare definitivamente, finalmente, un processo di crescita e di sviluppo che li porti ad affrancarsi definitivamente, in progress, sia pure in prospettiva, da tutte le posizioni assistenziali che sinora hanno fatto della Sardegna una regione sul libro paga degli altri. Bisogna dirlo questo! e non aver vergogna, dopo 70 anni! Ecco la Sardegna, più del resto delle regioni meridionali ha goduto di trasferimenti, tra l’altro senza minimamente approfittare di questa maggior dovizia di risorse per una miglior sorte
perché nelle regioni meridionali, tolta la Puglia, tutte le altre, ma poi la Puglia si dice perché ebbe dei mammasantissima a livello nazionale che l’hanno aiutato in tutto per tutto, fondamentalmente però c’è una bella struttura produttiva prova ne sia che molti volevano estraniarla e cioè espellerla, escluderla dal novero della regione meridionale
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F.Meloni , Riconosco che nella mia domanda c’era un grappolo di questioni a cui ha dato risposta, chiudo qui per lasciar spazio agli altri.

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