‘La madre’ di Abate ora parla in sardo: ecco Checco, “segamentu de conca”

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L’oggetto iconico simbolo delle punizioni corporali della Mamma e dei suoi metodi educativi, il famigerato battipanni, si dice “batidori”. Uno dei tormentoni del libro, l’epiteto di “noioso” – così ogni tanto Mamma apostrofa il figlio Checco – è reso invece con l’espressione “segamentu de conca”. “Inizialmente avevo proposto ad Abate di renderlo con ‘segamentu de culu’, ma ci siamo confrontati e abbiamo deciso di non mettere quell’espressione in bocca alla madre”, dice Cristian Urru, docente di lingua sarda e autore della traduzione di “Mia madre e altre catastrofi” di Francesco Abate appena uscita per la casa editrice nuorese Ilisso. Il titolo è “Òja, o Ma’” ed è una sintesi fulminante dei contenuti del libro, “definitiva” come può essere la lingua sarda: in particolare rende quell’esasperazione (scocciata e affettuosa insieme) che emerge in qualche reazione del figlio nel confronto con la madre, che a volte può essere abbastanza complicato.

Il testo originale è uscito nel 2016 per Einaudi Stile Libero. È un libro di autofiction che racconta un rapporto familiare nell’arco dei decenni attraverso dei dialoghi fulminanti: quasi sempre comici, a volte commuoventi. Un libro costruito attraverso sketch, scenette minime che riescono a restituire al lettore una storia di famiglia lungo un arco di tempo molto ampio, con frammenti di vicende che vanno a comporre i tratti delle personalità di ciascuno dei protagonisti e tutto un mondo di figure memorabili che ruotano intorno alle loro vite. Sullo sfondo una Cagliari riconoscibilissima non solo nei luoghi evocati – il Poetto e Stampace, tra gli altri – ma anche nel tono del racconto, nell’ironia corrosiva “casteddaia” che lo permea, nell’accento dei protagonisti che emerge attraverso la scrittura. In questo senso la traduzione “suona” come perfettamente naturale, un esito necessario: “Coniugando il contesto linguistico e il luogo, Cagliari – spiega Urru – e il respiro unitario della lingua sarda”.

Mariella, la madre di Checco, è nata nel 1937 ed è una donna “allevata con le tigri e fatta uscire solo quando ha sbranato l’ultima” (“A Mamma mia dd’ant pesada impari cun is tigris. Dd’ant incrieddada in una gàbia e nci dd’ant fata bessiri sceti candu si nci fiat papada s’ùrtima”). Insegnante di francese nelle scuole sarde di provincia, vedova dall’età di cinquant’anni, femminista, marxista “ma soprattutto cristiana, anzi neocatecumenale, che come dice mio figlio è la Formula 1 del cattolicesimo”. Nel libro ci sono i lutti familiari – a partire da quello di Giuseppe, marito di Mariella e padre di Francesco -, la malattia dello scrittore e il trapianto di fegato, ci sono le figure della signora Corrias e di Pasqualino Maragià, c’è l’adolescenza e il lavoro al giornale di Abate. C’è tanta leggerezza e momenti di grande profondità: si sfiora anche il racconto del dolore e della dignità di Francesco e della madre nell’affrontarlo (“Càstia, Checco, est lègiu a no tenni prus làgrimas. No ti podis liberai. Mancu pagu pagu. Su Signori fintzas is làgrimas mi nd’at pigau. E deu no sciu poita”).

“Òja, o Ma’” non è “un libro da studiare ma un libro da leggere”, rivendica il traduttore, e questa precisazione consente di mettere in luce uno dei pregi dell’operazione: quella di utilizzare la lingua sarda per la traduzione di un libro popolare, contemporaneo, accessibile e divertente, e quindi in grado di traghettare la lingua verso un pubblico potenzialmente più ampio. Tutto nasce più di un anno fa. Abate iniziò a frequentare un corso di sardo con il docente Urru per approfondire l’ortografia della lingua. Durante le lezioni il docente utilizzava spesso dei testi di autori sardi in lingua e, insieme a classici come Gramsci, ha portato alcuni pezzi tradotti di “Mia madre e altre catastrofi”. Entrambi si sono resi conto che il testo funzionava ed era in grado, grazie alla sua agilità e alla sua natura comica, di facilitare l’apprendimento del sardo, di agevolarlo e renderlo più divertente. Il lavoro di traduzione è iniziato a febbraio del 2018 e ci sono voluti nove mesi per completarlo.

“Francesco mi ha lasciato abbastanza mano libera”, racconta Urru, “ma ci siamo confrontati spesso sulle scelte linguistiche da adottare. Frequentandolo ho cercato sempre di tenere le orecchie aperte per captare le sfumature del suo modo di parlare. In particolare le sfumature del sardo di Cagliari, anche se la traduzione cerca di approcciarsi al sardo in senso più ampio”.  La scelta è ricaduta naturalmente sul campidanese, anche se per Urru il sardo è uno solo. “Non faccio molta distinzione tra campidanese, logudorese e così via. Le differenze sono più che altro nella pronuncia e sono più o meno profonde, però nella sua struttura il sardo è abbastanza omogeneo. Quando parliamo di ortografia, ponendoci anche il problema di insegnarla, dobbiamo fare delle scelte. Io ho usato le norme del sardo meridionale. Un’ortografia dinamica, che parte da uno standard e cerca anche di rendere la parlata casteddaia. Ma ognuno potrà provare a leggere secondo il proprio modo di parlare il sardo, secondo il proprio “accento”. Questo è un libro da leggere, non un trattato di ortografia sarda”. Secondo Abate si tratta di un testo “molto adatto ai neofiti, comprensibile anche da chi non pratica molto il sardo. So di diverse persone che hanno comprato entrambi i libri, per leggere in sardo confrontandosi col testo originale in italiano”.

La traduzione del libro è diventata anche uno spettacolo, per la precisione una “lettura spettacolare” curata dal Consorzio Camù e proposta dopo Natale all’Exma a Cagliari. Protagonisti delle letture Giacomo Casti, Lia Careddu, Elio Turno Arthemalle, Rossella Faa e Fabio Marceddu, che le ha coordinate per Teatro dallarmadio. Lo spettacolo ha avuto un enorme successo e già si pensa a delle repliche. “Mia madre è il testo più teatrale che abbia mai fatto”, spiega Abate. “Sono sempre stato affascinato dal teatro dialettale sardo, dialettale impropriamente detto: commedia, commedia brillante, comica, della tradizione cagliaritana ma anche oristanese. Questo testo aveva le caratteristiche giuste per richiamare quel filone. Mi sono divertito moltissimo a scriverlo, a rileggerlo e a sentirlo leggere dagli attori che lo hanno portato sul palco. E forse il libro tradotto in sardo è ancora più divertente**”.

Andrea Tramonte

** I lettori possono giudicare da soli confrontando un dialogo tra la madre e Francesco, in italiano e in sardo:

– Guarda cosa ho trovato!
– Il battipanni!
– Te lo ricordi?
– Certo, che me lo ricordo.
– Che bei tempi.
– Ah sì, proprio bellissimi.
– Che botte che vi ho dato con questo. Mi ricorda tanto quando eravate ancora bambini. Che tempi.
– Guarda, Mamma, che l’ultima volta che mi hai picchiato con il battipanni è stata quando ti ho detto che non avrei proseguito l’università.
– Ah, davvero?
– Sì, davvero.

– Càstia it’apu agatau!
– Su batidori!
– Ti dd’arregordas?
– Eh, e comenti fatzu a mi ndi scaresci.
– Fiat bellu intzandus. 
– Uhn, bellu meda.
– Is corpus chi s’apu donau cun custu. Mi fait torrai a candu festis ancora pipius. ‘Ta bellu!
– O Ma’, càstia chi s’ùrtima borta chi m’as arropau cun su batidori fiat candu t’apu nau chi mi ndi bolemu andai de s’universidadi, eh.
– E ba’, de a veras?
– Eh. Diaderus.

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