“Io sono Vittorio…”, storie dell’altro secolo

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“Il lavoro era per me la base della mia vita, il mio pane quotidiano, quando era assente venivo ero spinto a cercarlo o me lo trovava mia madre stessa…”. C’erano una volta, nell’altro secolo, gli scrittori proletari. Gli editori italiani avevano un’apposita collana per ospitarli (ricordiamo per tutti i “Franchi Narratori” di Feltrinelli).

E c’erano anche riviste che pubblicavano i loro scritti “selvaggi”, naif.

Contadini, operai, guerrieri della vita, borderline. Privi di malizia letteraria. Ce ne vengono alla mente tre: Vincenzo Guerrazzi, calabrese, operaio all’Italsider di Genova, Antonio Campobasso, nero di Puglia, il pastore sardo Gavino Ledda.

Il loro padre nobile era Paolo Volponi (“Corporale”), uno dei tanti caduto nell’oblio in questi tempi in cu si vive sospesi nel presente, senza passato e con un futuro nero.

Oggi ci sono gli operai, migranti da ogni vento, ma non c’è più la loro letteratura, chi racconta le loro vite dolorose. E non c’è nemmeno la coscienza del Quarto Stato (che invece i francesi dei gilet gialli hanno), la tv nazionalpopolare l’ha atomizzata. Eppure poveri ce ne sono, gente che non può manco andare dal medico.

Così ignoriamo tanti scrittori (e poeti) che vivono intorno a noi, che offrono i loro scritti, come Vittorio Buccarello (Castrignano del Capo, Lecce, 24 marzo 1945). E se la vita di un uomo è scandita da più fasi, quella che Buccarello sta attraversando, la maturità, è scandita da un grande fervore creativo. Come chi ha fretta di fissare sulla carta il mondo di ieri, le emozioni, i sentimenti, le dinamiche sociali e culturali, prima che svanisca per sempre sepolto dall’omologazione che ci fa vivere, ripetiamo, nel presente, formattando il passato. E non per caso, solo così il pensiero debole dominante ci neutralizza e ci sottomette.

Nato nel Sud povero, contadino, dopo le poesie “selvagge” di “La voce del sogno”, 2017, con la nuova opera, e sempre raccontando di se stesso, Vittorio Buccarello compone un affresco del Novecento di straordinaria forza dialettica e potenza emotiva, che ha valore di documento storico: la piccola storia che corre verso il mare magnum della Storia.

“Foglie in autunno”, Pensa Editore, Lecce 2018, pp. 170, euro 10,00, nota introduttiva di Mario Carparelli è il romanzo di un uomo che attinge ai canoni del naturalismo, del verismo per cominciare alle nuove generazioni l’altro secolo, quando il pane era poco e amaro.

Buccarello nasce nel Sud povero, autarchico, patriarcale, in una famiglia povera come tutti noi, è un bambino discolo, curioso, sempre ansioso di conoscere gli altri e il mondo. La sua famiglia vive alla masseria “Le Aliche”, la vita dura del mezzadro.

La bontà del padre e la forza della fede cattolica della madre svezzano i figli con un senso di responsabilità.

E’ la fatica che fa aprire un varco nella vita a Vittorio. Che impara tutti i mestieri, dall’agricoltura all’edilizia. Impara l’arte e la mette da parte.

E’ ancora un ragazzo quando emigra in Svizzera, dove si fa benvolere prima in un agriturismo, dove lo trattano come un figlio, poi in un ospedale e successivamente nell’edilizia.

Con i risparmi si fa una casa grande, si sposa con Cosimina, mette su famiglia, ha due figlie e due nipoti che adora. Torna a fare l’emigrante, ma il richiamo delle radici, l’archè dei Greci, è forte, ed ecco allora l’anabasi. Il Sud vive una fase di industrializzazione, ambigua, antimoderna (doppia busta paga e lavoro nocivo) nei calzaturifici: anche noi abbiamo avuto i padroni delle ferriere.

Un giorno scopre che vogliono portare via anche quel poco pane che serve a far andare avanti 100 famiglie. Allora Vittorio diventa un leader sindacale, conduce con i suoi compagni una lotta dura, di cui successivamente si approprierà un politico locale, un avventuriero servo dei suddetti padroni delle ferriere, più noto alle cronache giudiziarie che a quelle politiche, passato alla storia per aver formattato una necropoli di epoca messapica.

Gli operai vincono, conservano il posto di lavoro (aiutati dagli amministratori comunali socialisti). Ma Vittorio sente puzza, smette di fare politica, resta un uomo vero, che fugge i compromessi.

E oggi scopre il potere della parola. La sua vita diventa materia letteraria, il suo vissuto rievocato con i toni aspri del realismo è la sintassi di una vita vissuta col senso della mission, dell’appartenenza, dell’etica di cui si finisce per pagare il prezzo, ma che fa andare gli uomini come Buccarello a testa alta.

Francesco Greco

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