Quando la Dc tentò di mettere fuori legge il Pci

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di Vindice Lecis

Nel gennaio del 1957 presidente della Repubblica era Giovanni Gronchi, quello del Consiglio, Antonio Segni, mentre ministro degli interni era Giovanni Tambroni. Tutti esponenti della Dc il cui segretario si chiamava Amintore Fanfani.  Nel mondo ribollente della Guerra Fredda, gli Usa erano governati da Eisenhower, l’Unione Sovietica da Nikita Krusciev. L’Urss l’anno prima aveva invaso l’Ungheria. Alle elezioni politiche del 1953 la Dc aveva tentato di far passare la cosiddetta legge truffa (un premio di maggioranza) che non era scattata perché il blocco centrista (Dc-Pri-Psdi-Pli)  si era fermato al 49,80% dei voti, mancando di un soffio la maggioranza assoluta. Il Pci di Palmiro Togliatti aveva ottenuto il 22,60 e il Psi di Nenni il 12,70.

Dopo l’invasione d’Ungheria del 1956, in un clima di isteria anticomunista, la Dc accarezzò il tentativo di mettere fuori legge il Pci. Un atto diretto contro un partito costituzionale, cardine della lotta di Liberazione dal fascismo. L’idea, in realtà non nuova, di dotarsi di strumenti repressivi e autoritari, era già stata tentata dall’ex ministro  Mario Scelba ma non erano mancate le perplessità nel corso degli anni dello stesso De Gasperi (come ad esempio ai primi anni Cinquanta col tentativo di creare una finta Protezione Civile in realtà una struttura di pronto intervento anti comunista e anti sciopero).

Segno di quei tempi è una copia del settimanale Gente, sempre vicino alla destra democristiana e a quella monarchica, edito da Rizzoli. Nel gennaio del 1957 pubblicò una sorta di scoop: la notizia che la Dc e il governo stavano preparando una legge per mettere – di fatto-  fuori legge il Pci. In un articolo di Giannaldo Genta si legge infatti che “nei prossimi giorni, sia la direzione del partito democristiano, sia il consiglio dei ministri, dovranno esaminare e discutere le norme di difesa dell’ordinamento democratico, preparato da uno speciale comitato parlamentare che ne fu incaricato, poco più di un mese fa, dal governo e dal partito di maggioranza”.

Il settimanale spiega di essere “in grado di preannunciare i punti essenziali” di questo progetto, definito “scottante” aggiungendo che il presidente del consiglio Segni “potrebbe far poprio il progetto di legge presentandolo al parlamento sotto la sua firma”. Questa era la linea propugnata dalla segreteria Fanfani che voleva coinvolgere in prima persona il governo in questa “battuta anticomunista”.  Tuttavia il ministro Tambroni sarebbe stato contrario a questa linea di Segni e Fanfani ritenendo che occorresse “tenere l’anticomunismo nei limiti, del resto sufficienti, della Costituzione e della legalità democratica”. Ma il settimanale irride anche alle dubbiose “nostrane vestali del rigore costituzionale”.

Vediamo in sintesi che cosa prevedevano questi dieci articoli. L’undicesimo sulla libertà di stampa proposto dal senatore Carlo De Luca è considerato talmente grave e liberticida da scandalizzare persino il giornalista Genta (chiusura di un giornale se il suo direttore sia stato condannato 4 volte per diffamazione).

Nel progetto democristiano viene perseguito per attività, propaganda e apologia antidemocratiche chiunque svolga opera intesa a istituire in Italia una dittatura di classe o di persona;  chiunque esalti pubblicamente una dittaura di classe (tre anni di carcere); l’eccitamento all’odio contro classi, categorie, partiti politici o persone; i possessori di armi in quantità rilevanti; il favoreggiamento politico di chi favorisce i “disegni di stati stranieri”; il sabotaggio militare intendendo anche scioperi e cortei nei pressi di stabilimenti, depositi, strade e linee di telecomunicazione; chiunque in Italia o all’estero “diffonde o comunica notizie false sulle condizioni dello Stati tali da destare pubblico allarme, o deprimere lo spirito pubblico, o menomare il prestigio e il credito dello Stato”. La condanna per uno dei reati previsti priva per cinque anni dei diritti di elettorato attivo e passivo.

In pratica un progetto costruito contro il Pci organizzatore di lotte in quegli anni, anche molto dure e spesso represse nel sangue, e legato da un vincolo politico con l’Urss che si stava destalinizzando. Un piano per colpire la grande e radicata opposizione costituzionale. Un segno, questo, della Guerra Fredda e delle pulsioni sovente autoritarie della Dc.

L’articolista ammette  che qualcuno di questi punti potevano apparire “troppo pericolosi” tuttavia non occorreva essere troppo schizzinosi perché il progetto era “indispensabile per difendere uno stato da chi abbia intenzione di rovesciarne l’ordinamento e di gettare il popolo in una schiavitù simile a quella da cui inutilmente ha tentato di liberarsi il popolo ungherese”.

Alle successive elezioni politiche del 1958 la Dc ottenne il 42,35% dei voti con un aumento del 2,43%, il Pci si mantenne stabile col 22,68% (+0,08%) e il Psi crebbe dell’1,53% con il 14,23% dei voti.

Il progetto antidemocratico e liberticida fu accantonato.

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