“Una Piccola Storia”: 1918, rientrano in Sardegna  i reduci della 1a guerra mondiale e scoppia la crisi economica

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L’esperienza della guerra aveva contribuito a dare a quei giovani Sardi fiducia in sè stessi e sentirsi un popolo appartenente ad una regione che costituiva  una nazione con le sue peculiarità non riscontrabili in altre zone d’Italia.  Si trovava in sostanza una coscienza della propria situazione sociale ed economica e della spaventosa arretratezza che aveva fatto dell’isola il fanalino di coda dell’ancora instabile stato italiano

di Sergio Atzeni

Alla fine della prima guerra mondiale gli ex combattenti Sardi,  tra i quali dodicimila  feriti, rientrarono nell’isola  lasciando sui campi di battaglia duemila morti.

La Brigata Sassari interamente composta da giovani Sardi, si distinse per gli atti di eroismo guadagnando numerose medaglie sul campo e l’ammirazione degli alti ufficiali e della opinione pubblica italiana.

L’esperienza della guerra aveva contribuito a dare a quei giovani Sardi fiducia in sè stessi e sentirsi un popolo appartenente ad una regione che costituiva  una nazione con le sue peculiarità non riscontrabili in altre zone d’Italia.

Si trovava in sostanza una coscienza della propria situazione sociale ed economica e della spaventosa arretratezza che aveva fatto dell’isola il fanalino di coda dell’ancora instabile stato italiano.

La dura realtà economica e sociale venne alla ribalta, con tutti i suoi aspetti negativi, di fronte alle esigenze di migliaia di ex soldati che cercarono lavoro o una sistemazione, anche precaria, che li mettesse in condizione di affrontare il futuro.

Gli ufficiali Sardi e  tutti coloro dotati di una pur minima cultura, avevano acquisito una conoscenza delle altre realtà italiane e una  buona infarinatura  politica che li portò a vedere le cose in modo pragmatico aiutandoli a  porre le basi per un futuro che affrontasse realmente i problemi dell’isola.

Alcuni giovani tra cui spiccava Egidio Pilia, pubblicarono un giornale, “Il popolo Sardo”, dalla cui linea politica emergeva il desiderio di autonomia, perfezionata poi nel libro che lo stesso Pilia scrisse nel 1920 nel quale  auspicava la creazione di un organismo regionale eletto dal popolo con poteri legislativi e dotazioni finanziarie.

 La crisi economica

I reduci intanto, davanti alla stagnazione economica ed alla mancanza di prospettive per il futuro, tentarono di organizzarsi e nel 1918, su iniziativa di Arnaldo Satta, formarono a Sassari l’associazione “Mutilati e reduci di trincea” con scopi di mutua assistenza.

Per iniziativa di Cammillo Bellieni nel 1919, altri ex combattenti iniziarono la pubblicazione del giornale “La voce dei Combattenti” e “Il Solco”,  dando vita a diverse sezioni dell’Associazione Nazionale  Combattenti che  organizzarono cooperative di lavoro, cercando di aiutare gli iscritti a trovare una degna occupazione:  il successo della iniziativa fu insperato e gli iscritti aumentarono giorno per giorno e, nonostante la mancanza di una precisa linea politica, i reduci si presentarono alle elezioni politiche del 1919 ottenendo il 25% dei voti ed eleggendo tre deputati.

Gli ex combattenti si erano collocati in una posizione politica antitetica a quella dei socialisti, forza emergente e trainante, perché era loro intenzione favorire lo sviluppo agricolo e pastorale della Sardegna. I socialisti invece, di estrazione operaia e fautori  dell’industria, venivano visti come interessati a proteggere un sistema economico che sfruttava il meridione ed era lontano dal modello di sviluppo che si ipotizzava per l’isola. In quel periodo le condizioni della Sardegna peggioravano pericolosamente, proprio nel 1919, uno sciopero scoppiato ad Iglesias, causò la morte di sette minatori mentre in tutte le zone si manifestava  per gli alti prezzi dei generi alimentari primari.

 Le posizioni di Lussu e Bellini.

Nell’estate del 1920, gli aderenti sardi all’Associazione dei Combattenti  si riunirono a Macomer dove emersero due linee politiche: la prima sostenuta da Cammillo Bellieni che rappresentava  il pensiero dei reduci sassaresi, più liberale e  orientata verso una autonomia da ottenere con il dialogo; la seconda che aveva come portavoce Emilio Lussu, sostenuta dal gruppo cagliaritano, più estremista e sindacalista  collocata nettamente a sinistra.

Le tesi di Lussu ebbero la meglio ed il movimento approvò le sue linee politiche che prevedevano l’autonomia da ottenere tramite la regionalizzazione della economia appropriandosi delle risorse locali e l’espropriazione dei capitali, ferma era l’avversione alla monarchia ritenuta non adatta al nuovo modello ipotizzato.

Una svolta si ebbe nel mese di novembre dello stesso anno quando a Napoli, gli ex combattenti Sardi, parteciparono alla assemblea  nazionale dell’associazione che non condivise le posizioni degli isolani costringendo gli stessi a staccarsi dal movimento e a darsi una fisionomia  regionale.

Bellieni, che aveva pressato per la separazione dall’organismo  nazionale,  riteneva che i tempi fossero maturi per trasformare  il movimento  e, nel mese di aprile del 1921, i reduci Sardi si riunirono ad Oristano  decidendo  la fondazione di un partito politico che fu chiamato “Partito Sardo d’Azione”, adottando come bandiera i quattro mori bendati.

Il nuovo Partito Sardo d’Azione

Il partito accantonò le tesi estremiste di Emilio Lussu e si prefisse di ottenere una legge costituzionale che istituisse  una assemblea sarda che avesse poteri legislativi e di governo locale dell’isola,  che pur rimanendo regione italiana a tutti gli effetti, doveva avere connotazioni locali considerata la sua pecurialità  e le caratteristiche del suo popolo che già formava una nazione.

Nel 1921, il Partito Socialista si era scisso ed iniziò ad operare il Partito Comunista Italiano che si collocò su posizioni di estrema sinistra e sposò le cause operaie auspicando un mutamento dello stato attraverso una lotta senza quartiere e con tutti i mezzi.

Il neonato partito sardo riuscì intanto a portare in parlamento, dopo le elezioni politiche del 1921, 4 deputati tra i quali Emilio Lussu ed Umberto Cao, mentre il partito socialista riusciva ad eleggere un solo rappresentante confermando l’estraneità della Sardegna agli interessi legati al mondo operaio e quindi al sindacalismo ed all’estremismo di sinistra.

La drammatica crisi economica e sociale che attanagliava l’Italia e, in modo ancora più devastante, la Sardegna innescò il fenomeno dello sfruttamento della massa in cerca di una sistemazione, favorendo l’arricchimento di pochi che non esitavano ad usare la manodopera a poco prezzo riuscendo a ottenere utili enormi sulle spalle dei lavoratori. Le frequenti rivolte, proteste e scioperi erano malvisti da questa nuova classe di ricchi commercianti ed industriali che sentiva la necessità di ordine e tranquillità per poter svolgere le proprie attività senza alcun problema sindacale. Fu così che le idee nazionaliste ed il bisogno  di un governo forte presero piede.

 

 

L’articolo “Una Piccola Storia”: 1918, rientrano in Sardegna  i reduci della 1a guerra mondiale e scoppia la crisi economica proviene da Comuni 24 Ore.

 

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