L’Italia, Attila e Mattarella

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Gli applausi divenuti scroscianti e prolungati al presidente della Repubblica e l’entusiasmo col quale é stata accolta un’opera ritenuta minore, appartenete ai suoi cosiddetti anni di galera di Verdi, segnalano un minimo comun denominatore: il desiderio di unità nazionale, oggi smarrito. E’ vero, alla Scala c’erano le jaquettes noires e non i gillet jaune (qualcuno stazionava all’esterno in omaggio al neo sessantottismo francese), e i ceti rappresentati non erano, se non forse nelle logge, quelli più popolari. Eppure non mi era mai capitato di assistere a una prima scaligera, quella con “tutta Milano in gran soireé”, come recita il celebre motivo di Kramer, caratterizzata da così intenso e duplice trionfo. Per il simbolo della Repubblica e per il padre della patria. Usciti come eroi greci, come profeti e oracoli in un’Italia che ha bisogno di essere rassicurata, di essere amata e di amare.

Il genio del regista Davide Livermore e la scenografia di Giò Forma hanno scolpito nell’opera i crismi del kolossal. I video che dominavano la scena a commento della trama non sono una novità. Basti pensare al Guglielmo Tel di Ronconi che inaugurò la stagione scaligera del 1988 e a quegli specchi che proiettavano scene di monti, vallate e fiumi, cascate e torrenti a mò di sfondo naturale di una Svizzera evocata, ma nell’Attila di Livermore-Forma la parte filmata diventa ricordo ed essa stessa trama, complemento di narrazione. Splendida e crudele la scena filmata di Odabella bambina che grida il suo dolore dopo il martirio del padre per mano di Attila. Forse sopra le righe sono parse le fucilazioni scoppiettanti d’inizio opera, di uomini, donne e perfino preti.

Trovo però che l’eccellenza della ripresa di Attila non sia il kolossal ma il suo contrario. Non il maxi, ma il mini. Il particolare più del gigantesco, quegli occhi, le espressioni, i gesti di ognuno dei tanti personaggi, e sono centinaia, posti in scena. Quei coristi e figuranti ognuno con il suo dolore, terrore, ma individualizzato, parcellizzato, meravigliosamente studiato. E scattati a mo’ di foto, con un ferma immagine che diventa dipinto, come nel caso del sogno di Leone, che riprende Raffaello. Qui la regia assume il grado dell’insuperabile, e si staglia meravigliosamente unica. Chailly ha diretto una grande orchestra togliendo quegli accenti guerreschi e quelle sonorità grintose che le opere del giovane Verdi, da Giovanna d’Arco ad Attila, per non parlare della Battaglia di Legnano e di Alzira, generalmente propongono e ci ha regalato accenti più pastosi e misurati.

Ottimo il cast dei cantanti, con Ildar Abdrazakov su tutti. Il suo Attila ben dipinge la complessità del personaggio che trasuda arroganza e violenza, ma ripiega in un’introspezione psicologica turbata. Non concordo con chi ha sottolineato un primo momento di incertezza di Dorabella interpretata da Saoia Hernandez. Il suo carattere, una sorta di Abigaille, donna guerriera, che intende anche sacrificarsi per la sua patria, impone, con gli accenti di soprano drammatico, quell’irruenza che le é stata rimproverata. Bene l’enorme Sartori, un Foresto dalla voce limpida come limpido é il suo personaggio ed Ezio (il baratto: l’universo a te e Roma a me) intonato e convincente.

Chi é Attila oggi? Visto che la regia ce lo ha proposto come simbolo di guerra e di ferocia, ma anche di ravvedimento, in chiave universale e con costumi del novecento? Potremmo sbizzarrirci. Un invasore, Hitler, ma non fu certo convinto dal papa a smetterla, l’Isis che però risponde a ben altra religione, Saddam che invase impietosamente il Kuwait ma che oggi viene perfino rimpianto al pari di Gheddafi? Certo i romani che abbracciano la bandiera tricolore, anche insanguinata, siamo noi, gli italiani che hanno bisogno oggi di ritrovarsi e di riunirsi. Per questo si torna inevitabilmente agli applausi a Mattarella, perché forse c’é bisogno di un Attila per scoprire il meglio di noi. Davvero.

 

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