Ci ha lasciati Gianni Frasi, «il cacciatore di chicchi»

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Confesso che dialogare con un uomo come Gianni Frasi aveva un che di catartico. Era una sorta di purificazione intellettuale, che ti alleggeriva e ti liberava dalle scorie. Lui ti provocava, ti pungolava, ti metteva alla prova con le sue pause e lo sguardo fisso affinché anche tu riuscissi a tirare fuori il meglio di te. Lo faceva con quel velo di sottile ironia, magari recondita ma che solo lui riusciva a trasmettere. Un personaggio vero, oserei dire unico, per originalità e magnetismo. Un cultore della perfezione che cercava e coltivava in modo maniacale, addirittura ieratico. La qualità, in qualsiasi sua forma fosse, era per lui l’assoluto. Il resto praticamente non esisteva. Odiava la banalità. Viveva questo suo stato senza mai cedere al minimo compromesso. Gianni Frasi si è spento all’improvviso sul divano di casa a Sant’Ambrogio di Valpolicella. Aveva 63 anni. La sensazione di vuoto, che uno come lui sapeva sapere colmare, è in questo momento paralizzante. È una luce in meno in una città che ha tanto buio.

Non amava sentirselo dire, ma Gianni Frasi era il più bravo torrefattore d’Italia. Una storia, quella di Giamaica Caffè iniziata a metà dell’ottocento ed ereditata dallo zio Giovanni Erbisti che nell’avventura aveva coinvolto il papà di Gianni, l’indimenticabile Franco Frasi, ex gloria gialloblù protagonista delle prima storica promozione in serie A del l’Hellas Verona nel 1957. Gianni, «il cacciatore di chicchi» come lui stesso si definiva,  ha saputo  elevare la piccola torrefazione di Via Merighi al rango più alto. Il suo caffè è una gemma per gli chef stellati, in Italia e non solo. Ha varcato i confini portando la filosofia del suo lavoro anche all’estero. Non aveva un sito internet, né tantomeno pagine raffiguranti nella galassia social; detestava il telefono cellulare, tanto da essersi sempre rifiutato di averne uno. Sembra preistoria, ma lui era ancora uno di quelli abituati ad alzare la cornetta e comporre un numero. Preferiva il contatto ai tweet. Visti i tempi, un rivoluzionario. Attenendosi rigorosamente ad un ordine emanato il 16 luglio del 1700 a Vienna da Sua Altezza Imperiale Leopoldo I che vietava ai quattro torrefattori in città (due austriaci, un croato, e un marrano) di portarseli via a vicenda, non cercava clienti perché tanto erano i clienti a mettersi in contatto con lui. Li esaminava, li valutava e se il matrimonio s’avesse da fare spettava solo a lui sancirlo. 

«Il caffè – amava ripetere – non attrae. È amaro. A differenza del vino, non dona euforia, non inebria, non fa dimenticare i problemi. Anzi. Te li ripropone. Il caffè non è per chi vuole essere vessato, è per l’uomo libero». Le cialde? Una bestemmia. Gianni Frasi lo ammiravo per il suo rigore, la sua coerenza e la fermezza che metteva alla difesa dei suoi principi. Intransigente, ma coerente e leale. Un uomo intrigante d’altri tempi per certi versi, così refrattario alle nuove tecnologie, e moderno per altri, soprattutto nella sua spasmodica voglia di ricerca e di smontare qualsiasi dogma. Era un artista che esprimeva la sua vena in torrefazione e nel suo amore sfrenato per il blues.

Sul palco vestiva infatti gli abiti da leader e frontman della John Papa Boogie Blues Band, gruppo che lui stesso aveva fondato a metà degli anni ‘80. La sua voce cavernosa ruggiva energia tanto carismatica quanto coinvolgente. Dopo un periodo di silenzio, un viaggio ad Haiti devastata dal sisma, lo aveva di fatto convinto a ritornare sui suoi passi e riunire la band. «È stato il caffè – raccontò in un’intervista – a portarmi ad Haiti. La mia famiglia si occupa di caffè a Verona dal 1836 e deve ad Haiti la propria vita così come la musica afroamericana deve ad Haiti la sua esistenza. La musica e il caffè sono riflessi della stessa realtà. Sono stato nei posti più tumultuosi e complicati del pianeta, a nord ovest del Perù ai confini con l’Amazzonia, nella giungla nera del Sarawak. Ma quando ho messo piede ad Haiti nel 2008 ho capito che non ero mai stato da nessuna parte. Ho capito perché questa isola sia dimenticata. Rappresenta una pentola dove nessuno ha il coraggio di guardare dentro, perché c’è uno specchio che non concede fronzoli, chi guarda dentro si vede». Attraverso i suoi concerti Blues de l’Haitienne raccoglieva fondi per quell’isola martoriata. Viveva le sue passioni con straordinaria intensità. Aveva un cuore grande. Forse troppo, se si è spezzato così presto. Ovunque tu sia, prepara un buon caffè, ovviamente senza zucchero, poi metti sul giradischi un vinile dei tuoi. Ti vorranno bene anche lì, vedrai. Ciao Gianni. Prima o poi ci ritroveremo. 

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