Le destre culturali che inseguono la nuova egemonia politica destra

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Il 6 novembre in un convegno alla Camera, il presidente della Fondazione Tatarella, Francesco Giubilei ha proposto di rifare del giorno della Vittoria, una festività, di fronte al presidente della Rai Marcello Foa, i sottosegretari agli Esteri e alla Difesa Picchi e Volpi. Il 9 novembre Sebastiano Caputo, giornalista, reporter e direttore de L’Intellettuale Dissidente, in un corso per giornalisti alla Link Campus University racconta la Mezzaluna Sciita. Dalla lotta al terrorismo alla difesa dei cristiani d’Oriente (GOG Edizioni), ancora  di fronte a Foa. Il presidente della Rai ha parlato della necessità di un servizio pubblico veramente pluralista. Se ne sente il bisogno. Foa dichiarava da Pietrasanta, dove si teneva Libropolis, festival dell’editoria e del giornalismo raccolto attorno alla casa editrice GOG, già Circolo Proudhon, creata da Caputo, che, con Lorenzo Vitelli, ha dato origine al pensatoio romano online de L’Intellettuale Dissidente e Contrasti, e cartaceo de Il Bestiario degli italiani. La Rai non poteva non riportare le parole del suo presidente, ma si è guardata bene dal citare organizzatori, contesto e luogo, una sorta di alternativa, forse di destra, al Festival del giornalismo di Perugia de La valigia blu made in Repubblica.

Intellettuale dissidente e Nazione futura A Roma, il think tank Nazione Futura ha raccolto a libero convegno circoli, associazioni, iscritti e amici di strada per interrogarsi, il 13 ottobre di sabato pomeriggio, sul tema degli Stati generali della cultura di destra. Dietro dieci anni di esperienza editoriale (Historica, Giubilei Regnani ed., Idrovolante ed.), un quotidiano online, Cultora, librerie ed una quindicina di circoli letterari che si fanno politici. Ed un motore, il cesenate Giubilei, che con Caputo è il più giovane editore italiano. Venticinquenni cui piace leggere e scrivere, chi più chiaramente chi meno di destra, che si sono trovati in un buco della storia, un tempo senza partiti, riunioni, assemblee, congressi, manifestazioni, almeno non degni di questo nome; un tempo senza idee, se non ideologie, un tempo, al massimo, di stanca ripetizione di immagini e frasi fatte ormai putride; e che si sono rivoltati. E che sono ripartiti dalle letture, andando a cercare a ritroso qualcosa di valido e vivo, con un approccio oggettivamente colto, magari portato avanti da autodidatti ed ex studenti svogliati. Molti ex politici, dopo aver distrutto o subito la distruzione della partitica, lasciando fondazioni inattive ma piene di soldi, chiedono di smetterla con i nostalgismi, velleitarismi, massimalismi e si autodefiniscono operatori culturali, manager dell’aggregazione social, nuova professione alla moda dopo il change management. Si pensi alla carica dei giornalisti, da Tajani a Toti, nuovi frontman forzisti. Eppure sono i primi a riconoscere che le riviste siano quasi tutte morte; ed ad ammettere che mai a destra si sia data grande rilevanza né alla cultura né alla divulgazione didattica.

Manifesto della destra divina  Questi giovani invece partono proprio dalle riviste e dai giornali redatti in prima persona e dai libri scritti e pubblicati, con civetteria espongono per primi le obiezioni di chi dice …che non siamo al passo dei tempi. Giubilei, divenuto  a gennaio presidente della Fondazione Tatarella, ha pubblicato Leo Longanesi. Il Borghese conservatore (Odoya, Bologna 2015), Storia del pensiero conservatore (Giubilei Regnani, Roma 2016), Il conservatore del futuro (Il Giornale 2016), Storia della cultura di destra (G.R. 2018). Caputo ha  pubblicato con Vitelli Il potere. Il mondo moderno e le sue contraddizioni (Historica 2013), con Diego Fusaro e  Vitelli  Pensiero in rivolta. Dissidenza e spirito di scissione (Barbera 2014), Franciavanguardia. Cronaca di una rivoluzione culturale (Circolo Proudhon 2015), Alle porte di Damasco. Viaggio nella Siria che resiste (C. P.2017), Mezzaluna sciita. Dalla lotta al terrorismo alla difesa dei cristiani d’Oriente (GOG 2018). Vitelli ha pubblicato Un comunista a Parigi nel ’68 (C.P. 2016).

(Ri)editano o riparlano di battaglioni letterari, filosofici, artistici e politologici costituiti da Berto, Corradini, Dávila, Delfini, De Ambris, Gentile, La Rochelle, Le Bon, Longanesi, Malaparte,Marinetti, Montanelli, Mosca, Papini, Pound, Prezzolini, Sironi, Soffici, Spengler, ma anche Gheddafi, Kirk de The Conservative Mind del 1953, Scruton, l’anima culturale della Thatcher, autore de Il manifesto dei conservatori e gli altri nomi di quella che Langoneha definito il Manifesto della destradivina (Bibbia, Dante, Pasolini, Escriva de Balaguer, Giussani, C.S. Lewis, Orazio, Pessoa e Salingaros. Rilanciano ragionamenti, confronti, idee e interventi con libri, riviste e  con la Rete Social, per la quale destra e sinistra non esistono, come ricorda il social media manager Longobardi, ma solo sovranismo e politicamente corretto. La cultura per ricreare quella cosa che un tempo si chiamava politica, la quale nell’era della morte della partitica e della partecipazione di massa trova proprio nel virtuale, il principale ostacolo che le sottrae ogni risorsa materiale. Si pronuncia Caputo: .. esiste una generazione non allineata che legge, s’informa, si riunisce in circoli. Quelli di destra dicono che siamo di sinistra, quelli di sinistra ci considerano di destra. Raccogliamo consenso da chi a destra critica il capitalismo selvaggio e chi a sinistra ha abbandonato i dogmi del progresso. Forse il collante è un certo rifiuto per un Occidente che si professa libero ma che libero non è.

Contrari al polcor Ecco, il collante è il problema di fondo mentre ci si accapiglia, nel mondo contrario al politicamente corretto, in uno scontro armato tra il Dio-patria-famiglia ed il vita-libertà-proprietà-ricercadellafelicità,fino alla necessità di armistizio intellettuale tra le destre (conservatrice, liberale, cattolica, sovranista) del pantheon di valori di cui Giubilei ha trattato nella sua storia della cultura delle destre; nella contrapposizione tra capacità e competenze; tra le tre destre francesi, la reazionaria, la girondina e l’orleanista; tra le due destre, liberale e populista putiniana la cui frattura, ricordata da Orsina, appare insanabile. Ai più dei giovani viene in mente il filo dei RomualdiTremaglia, Tatarella, Mennitti, gli uomini, formatisi nell’Msi, partito che nel dopoguerra si richiamava all’esperienza dell’ultima variante del fascismo che cercarono di sviluppare un discorso culturale in quel partito e che così appaiono, per come richiamati, dei giganti chiamati a scontrarsi con le nostalgie di Predappio, i compromessi con gli Andreotti e poi con i Bondi, il cui ricordo è segnato da facili ironie.

(Auto)critica del berlusconismo Se dolce è il ricordo di quei missini, totale e feroce è il rifiuto del periodo del berlusconismo che pure ha portato la destra al potere per 9 anni. Viene chiamata autocritica, ma è critica all’esperienza di Forza Italia con una consistenza di analisi da articolo tranchant del Manifesto sull’argomento. E’ critica ai politici più anziani presenti che con De Angelis, già direttore del Secolo d’Italia, ammettono: siamo stati al governo due volte, abbiamo avuto gli strumenti per divulgare questi punti di vista, ne abbiamo scritto per vent’ anni ma non abbiamo avuto la capacità di attuarli. E’ critica all’incapacità di incidere per esempio, nella Rai, prima azienda culturale del paese, dei membri del CdA nominati dalla destra, come i Malgieri (2005-08), un altro ex direttore de Il Secolo, i Veneziani (2001-6), i Diaconale, direttore de L’Opinione ed i Mazzuca (dal 2015). Ed ora tocca a Foa, che è divenuto presidente, ed a Rossi, con l’augurio che sappiano cambiare la Tv di Stato. E’ il proseguimento dello stato d’animo dell’Msi poi An, che non disdegna l’arrivo al potere permesso dall’ex Cavaliere, ma che è un sostenitore della moralizzazione ex Mani Pulite che non ha mai smesso un attimo in quasi trent’anni di inseguire l’uomo definito da Travaglio il Delinquente; ed alla fine esprime tutta questa avversione nel tentativo di creare una destra conservatrice pura, da Segni a Fini, con il risultato di aver permesso il consolidamento negli studi, nella letteratura, nei tribunali, nella cronaca, nei film del trittico massone-mafioso-fascista (inteso come destra in senso lato), vero blocco culturale ad ogni altro ragionamento.

Tarchi e De Benoist Giubilei e Caputo invece non sembrano evocare il retaggio missino, con la sua ultima pesante coltre della destra sociale, ma la vitalità del gruppo editoriale La roccia di Erec e delle riviste Diorama, Elementi, Trasgressioni e la satira de La voce della fogna del politologo Tarchi con Visani, Nanni, Centanni, Tonin, Solinas, Cabona, Gaudino, Croppi che dalla fine degli anni ’70 provarono a rinnovare la destra  agganciandosi alla nouvelle droite di De Benoist, tuttora feroce critico della globalizzazione, degli Usa e del processo di americanizzazione dell’Occidente, autore nel 2017 di Populismo. La fine della destra e della sinistra, proprio la tesi che è secondo Mauro de Repubblica indicativa di avere a che fare con un autore di destra. Tutti i politologici di riferimento chiamati da Giubilei sono socialiberali, Gervasoni (Univ. Molise) di impronta craxiana, Ocone (Fondazione Luigi Einaudi), liberale osservante conservatore alla Chesterton (la tradizione non significa che il vivi sono morti ma che i morti sono vivi), Capezzone, thatcheriano. Alla fine quello più in sintonia con gli umori destri dei circoli di Nazione Futura è l’hegeliano Fusaro (Università San Raffaele Milano) allievo del marxista comunista Preve che chiude con un Berto Ricci della Scuola di mistica fascista del tre aprile mille novecentotrentotto per dire che il vero nemico è il centro liberale,  il centro è compromesso noi fummo affermazione simultanea degli estremi nella loro totalità il centro è più basso degli estremi noi ci ponemmo più in alto il centro una media aritmetica noi fummo una composizione di forze il centro cioè la mediocrità accomodante fu e resta per noi il nemico numero uno.

Revenge All’improvviso si scopre con Gnocchi de Il Giornale, che l’egemonia culturale, sospirata e invidiata, ha svoltato a destra, quasi, così, da sola. Senza merito di nessuno, né dei giovani, né dei vecchi, né di alcun pensatoio. Indubbiamente, in un mondo piccolo, qualcosa è dovuto all’imprevista vittoria negli States del presidente\personaggio TV Trump, sugli epigoni del politicamente corretto. I quasi due anni di Casa Bianca, di discorsi, fatti, atti, asta, tutti giudicati severamente se non stigmatizzati, hanno permesso a gran parte dell’opinione pubblica destra di uscire allo scoperto senza ritrosie, colmando il vuoto lasciato dalla sinistra del polcorrect. La politica è tornata al centro, senza mezzi culturali, anzi contro la cultura a parte gli Ellroy ed i Bannon, che i giovani a convegno non intendono nemmeno prendere in considerazione. Così mentre i politici invitati, appartengono ai Fratelli, ai monarchici, ai forzisti come l’onnipresente Gasparri; intanto il plauso oggettivo per l’ondata destra viene dato a Salvini, alla cui Lega, da sempre al potere come centrodestra, non si ricorda di partecipare della vecchia destra (che) si sta sgretolando, un castello di sabbia perché tutti vogliono il micro potere sul giardino di casa e non guardano oltre la visione del futuro.

Egemonia politica, a quando culturale?  Dice Caputo Crediamo nell’egemonia culturale, per cui attraverso la nostra piattaforma facciamo informazione e formazione, spiegando ai nostri coetanei che solo costituendo una vera élite si possono ottenere risultati concreti. Il futuro è dalla nostra parte perché non abbiamo avversari seri. La generazione no-border è troppo impegnata in battaglie di retroguardia che spesso diventano carrierismi individuali. L’idea romantica di questo mondo giovanile, più o meno di destra, è di ripercorrere la traversata nel deserto di Gramsci che dal carcere dei Quaderni ispirò l’oggettiva egemonia culturale di sinistra che nelle torri d’avorio mediatiche assediate ancora impera. E’ sempre citatissimo il Sardo – e spiace- anche nel dibattito dei 15 circoli aperti da Nazione Futura. Pure Caputo fa una colpa alla sinistra, divenuta cosmopolita, (di aver) abbandonato il gramscismo politico per riempirsi le tasche di quattrini gettandosi sempre più nella finanza, nella new economy manageriale tutta Erasmus e start-up. Nelle sei ore di dibattito romano del 13 ottobre scorso Gramsci viene evocato una decina di volte quando non risuona mai neanche una volta la parola fascismo e quella fascista viene pronunciata solo per rifiutarla. Non c’è dubbio che la sopravvalutazione del Sardo, l’esaltazione del Che (stigmatizzata dai giubileani), fatta da Casa Pound, richiamata solo come un’organizzazione giovanile di destra, l’impossibilità di affrontare la dicotomia fascismo\antifascismo siano segni evidenti di una subalternità culturale che resta anche nel nuovo millennio.  Si potrebbe richiamare Clint Eastwood (C’è una generazione di pussies – fighette – bloccata da timorose etichette: questo non si può dire questo non si può fare tutto è proibito altrimenti piovono accuse di razzismo).

 In realtà non esiste nessuna egemonia culturale di destra. I bastioni culturali si sono accorti dell’onda in arrivo, avviando dei Dialoghi sul Trend Illiberale, come dire topi da derattizzare. Quella che monta è l’egemonia politica di destra che non sembra attenta al pantheon dei grandi nomi della rivoluzione conservatrice italiana del primo ‘900 e che va avanti benissimo a prescindere da ogni presenza culturale. Politica e corpo elettorale vanno avanti; senza dare importanza al binomio fascismo\antifascismo, e senza esprimere giudizi a riguardo, preferendo la continuità storica. Non si dicono mai  conservatori che resta parola non solo confusa, per denigrarla, con la parola reazionario, ma che storicamente nel secondo dopoguerra non poté neanche manifestarsi, andando a coincidere con il partito confessionale, di maggioranza e di governo. La stessa  patria ora è intesa come la terra dei padri, ora  le identità comunali, regionali, territoriali da riscoprire; idee magari non omogenee che comunque portano alla condanna dell’immigrazione straniera ed anche dell’emigrazione italiana, per lo più giovanile. Troppo illusorio sperare che patria torni motore di un sogno utopico, che è destro nell’est europeo e sinistro nell’America Latina.

L’ondata di egemonia politica di destra come nelle due guerre in Europa, è l’opposizione allo stradominio finanziario; ma questo punto culturalmente non è molto colto e sottolineato. Anche il polcorr nemico non è quasi analizzato, quando si smette a identificarlo in un complotto. Non basta dire, il polcorr è relativista, per i diritti contro il diritto, femminista, politicamente corretto, animalista, senza identità, senza territorio, senza religione. Non se ne vede l’ossatura che è legata agli strumenti digitali di cui è fatta la nostra vita, dal lavoro alla vita privata. Non si vede che molti europei di destra e di sinistra sono senza religione, affascinati dal contesto digitale che fa saltare come un fuscello ogni attaccamento alle comunità politiche costruite, locali e nazionali; mentre sempre più spesso i leader di destra sono donne. Né si può demonizzare il globalismo, accusandolo di voler creare uomini robot che forse ci saranno ma in un periodo molto lungo.

Il turbopostapitalismo, base della globalizzazione, è amato anche a destra. Invece non sembra esserci lo spazio per interpretare la cultura come business, marketing, progresso, successo, soldi, in una parola, merce. Ed ogni 100 discorsi sugli autori del primo 900, ce n’è uno solo sulle piattaforme digitali, sui blog e sul loro senso che magari hanno successo contestando una onorificenza al leader jugoslavo Tito.

Certo, la destra culturale potrebbe stupire, come fecero i futuristi che volevano chiudere i musei. Potrebbe dire stop per esempio, alla ricerca scientifica; o pretendere il protezionismo digitale o chiedere con quelli che furono i neocon un nuovo colonialismo, o l’abolizione della Costituzione. Dovrà pensare e dire molto per inseguire e guidare l’egemonia politica destra che stupisce ogni giorno. A 25 anni si ha il tempo per farlo.

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