La Costituzione non serve per colpire il capo politico di turno: risposta a Panebianco

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di Carlo Dore jr., Luisa Sassu, Marco Sini, Roberto Mirasola, Mariella Montixi

In un lungo editoriale pubblicato sul Corriere della Sera lo scorso 2 novembre, Angelo Panebianco segnalava il silenzio dei “puristi della Costituzione” – così intendendo quello “stratificato movimento” di politici, professori, intellettuali, semplici cittadini che si sono opposti tanto al progetto di revisione costituzionale elaborato dal Saggi di Lorenzago nel 2006, quanto dal ddl Renzi – Boschi oggetto del referendum del dicembre 2016 – avverso “ i propositi costituzionalmente eversivi di Grillo e Casaleggio”, silenzio considerato indicativo di una evidente consonanza ideologica.

Al netto di alcune affermazioni evidentemente poco meditate (i due progetti di riforma dianzi richiamati non vertevano su “qualche comma”, ma sull’impianto complessivo della seconda parte della Carta; specifiche misure volte a favorire la stabilità dell’Esecutivo non alimenterebbero quel rischio peronista viceversa riscontrabile nella radicale alterazione dell’equilibrio tra i poteri dello Stato previsto dall’attuale assetto), l’articolo merita una breve replica, anche allo scopo di gettare un fascio di luce sulle posizioni di quella fetta di area democratica che, in ragione del suo impegno della battaglia referendaria, è stata, negli ultimi tempi, ingiustificatamente accusata di collateralismo rispetto alle forze che sostengono il “governo del cambiamento”.

Come emerge dallo scritto di Panebianco, questa contestazione muove infatti da una falsa premessa che a sua volta alimenta una ancor più irricevibile conclusione: la falsa premessa risiede nell’assunto in forza del quale il c.d. “movimento dei puristi della Costituzione”, in realtà indifferente ai valori della Resistenza e di fatto ignaro delle rationes che presiedono alle scelte del Costituente, utilizzerebbe la Carta come una sorta di clava da brandire in odio del capo politico di turno, si chiami Berlusconi o si chiami Renzi; la conclusione si identifica invece in una sorta di accondiscendenza degli esponenti del movimento in parola rispetto alle pulsioni che animano la maggioranza di governo in carica, accondiscendenza confermata dal silenzio verso posizioni estreme, come quelle che sostengono la necessità di chiudere il Parlamento o di limitare le prerogative del Capo dello Stato.

In verità, a prescindere dalle logiche di schieramento, la mobilitazione a difesa della Carta è sempre stata ispirata non dalla avversione in confronto del Principe più o meno illuminato, ma dalla adesione ad un certo modello di democrazia, nella consapevolezza del fatto che il sistema di equilibri delineato dal Costituente deve per sua natura essere reso impermeabile alle contingenze del singolo momento storico: un modello di democrazia imperniato su un substrato di valori condivisi – come quello sul quale si muovevano le varie forze politiche che avevano preso parte alla Lotta di Liberazione -; un modello di democrazia basato sull’attuazione del “programma politico” identificabile negli obiettivi indicati dalla Costituzione, e che le varie maggioranze di governo alternatesi nel corso degli ultimi anni hanno troppo spesso evitato di mettere in atto.

Ai sostenitori di questo modello di democrazia non sfugge la malcelata avversione dell’attuale maggioranza di governo rispetto al sistema di check and balances declinato dalla Carta fondamentale, né la tendenza propria dei partiti aderenti al “contratto di governo” su cui si fonda l’Esecutivo in carica ad assumere scelte in aperto contrasto con quanto stabilito dal dettato costituzionale. Una tendenza emersa dall’abusivo ricorso alla decretazione d’urgenza, e dall’approvazione del “decreto sicurezza” in assenza dei presupposti di necessità e urgenza richiesti dall’art. 77, comma 2; una tendenza manifestata rispetto agli artt. 2 e 18, con i principi della tutela dei diritti inviolabili dell’uomo, di solidarietà e di inviolabilità personale pericolosamente disapplicati in occasione delle vicende che hanno coinvolto le navi Acquarius e Diciotti; una tendenza ribadita con riferimento all’art. 47, dalla minaccia al valore della tutela del risparmio innervata da una politica economica generatrice di una potenzialmente incontrollabile decuplicazione del debito pubblico; una tendenza palesata in ordine all’art. 49, attraverso l’esaltazione del ruolo del capo politico (talvolta perfino elevato al grado di Capitano) invero poco compatibile con il metodo democratico che dovrebbe ispirare l’azione dei partiti; una tendenza, infine, confermata con riguardo all’art. 54, risultando i “balli sul balcone” dei parlamentari pentastellati difficilmente riconducibili ai parametri di disciplina e onore a cui deve ispirarsi la condotta dei titolari di pubbliche funzioni.

Una tendenza che gli appartenenti a quel “Movimento dei puristi della Costituzione” elaborato dalla poco felice ironia di Panebianco non condividono e non assecondano, e che dimostrano – attraverso la mobilitazione a presidio della centralità del Parlamento (svilita dall’ingiustificato ricorso alla questione di fiducia da parte del Governo), delle prerogative del Presidente della Repubblica ed a difesa dell’autonomia delle scelte della Magistratura, nonché tramite l’adesione a tutte le manifestazioni di protesta ad ogni tipo di discriminazione razziale – di avversare senza cedimenti: nella consapevolezza del fatto che i valori fondanti il modello di democrazia tratteggiato dalla carta non sono negoziabili, né possono essere messi in discussione dai depositari del potere politico in un dato momento storico.

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