Antonio Gramsci ( Ghilarza, 1891-Roma, 1937) e la Casa Museo di Ghilarza di Paolo Zedda

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Ci sono molti posti definititi come “Luoghi della memoria” e quando questi vengono evocati il nostro pensiero si sposta rapidamente e inesorabilmente verso quelli più importanti e conosciuti, ad Auschwitz e Birkenau, o allo Yad Vashem di Gerusalemme, il Museo dell’Olocausto. Ci sono tantissimi altri luoghi nel mondo che rammentano tristemente l’intolleranza e la ferocia dell’essere umano verso i suoi simili. Se scegliessimo di andare in quei luoghi lontani, qualsiasi sia la nostra appartenenza politica, ci accorgeremmo con sorpresa di non sentirci affatto dei semplici visitatori.
Quando i nostri passi dovessero calcare quei luoghi di indescrivibile sofferenza, le emozioni che proveremmo sarebbero così intense da farci rivivere in ogni istante tutto il dolore che quelle persone innocenti provarono e la nostra vita cambierebbe per sempre; niente sarebbe più come prima. Per questo è importante visitare i luoghi della memoria, perché l’uomo possa prendere coscienza, possa ricordare gli orrori del passato e non dimenticare, in qualsiasi circostanza della vita, e possa conservare sempre il rispetto che deve ai suoi simili; niente può giustificare il venir meno a questo principio. Dobbiamo essere consapevoli che l’inappellabile tribunale dei giusti risiede nel profondo del cuore di ognuno di noi.

Ci sono altri luoghi, a noi molto più vicini, certamente molto meno importanti, dove a essere ricordato non è lo sterminio di un intero popolo ma l’annientamento del singolo, tuttavia sempre in grado di rammentarci le sofferenze inflitte dall’uomo sull’uomo, a causa della diversità delle idee, indifferente di fronte a un creatore che ci ha resi di proposito capaci di esprimere pensieri diversi gli uni dagli altri.

Uno di questi “piccoli” luoghi della memoria è il Museo Casa Gramsci di Ghilarza, in provincia di Oristano. Visitatela, ve lo suggerisco, non per appartenenza  politica, entrate per conoscere meglio l’uomo Antonio Gramsci, soprattutto fatelo per voi, perché avere piena coscienza del passato serve a rendervi persone migliori e più giuste. La mia bisnonna paterna, Cristina Spada, era nata a Ghilarza nel 1836 e aveva sposato il mio bisnonno Raffaele, ma vi assicuro che nel mio sollecito non c’è nulla che possa richiamare un banale campanilismo, tantomeno un tentativo di andare a favore o contro a questa o quella ideologia politica. Visitai la casa principale, dove Antonio Gramsci visse  a lungo, alcuni anni fa. Varcai quella porta più per curiosità che per un reale desiderio del momento, ma nel trovarmi di fronte alla sua storia personale, agli oggetti che gli appartennero, davanti alle sue pagine manoscritte, alla riproduzione di alcune sue lettere dal carcere e ai giocattoli che egli realizzò per i suoi bambini, provai delle emozioni molto forti: quell’uomo, non il politico Gramsci, mi colpì subito per la sua umanità, il suo essere vittima consapevole, tenace, irremovibile, indomabile pur nella sofferenza della carcerazione, pronto ad affrontare le conseguenze più estreme pur di non venir meno alle sue idee.  

La casa dove Antonio visse dal 1898 al 1911 (dagli otto ai vent’anni) è una costruzione dei primi dell’Ottocento che sorge nel centro storico di Ghilarza, si sviluppa su sei ambienti disposti su due  piani e un cortile con una piccola costruzione: “Sa ‘omu ‘e su forru”. Dal 2017 il Museo è gestito dalla Fondazione Casa Museo Antonio Gramsci e negli anni è diventato un attivo centro di promozione culturale, non solo per i sardi. Al piano terra, sulla parete della camera a destra di chi entra, giganteggia la riproduzione della commovente lettera che Gramsci scrisse alla madre dal carcere di San Vittore il 10 maggio  1928: “vorrei proprio abbracciarti stretta stretta perché sentissi quanto ti voglio bene e come vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura e i figli qualche volta devono dare dei grandi dispiaceri alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini”. Sempre al piano terra, oltre all’ingresso e alla camera, la cucina e la sala da pranzo. Al piano rialzato tre ambienti che un tempo servivano da camere da letto. In una di queste sale un grande pannello riproduce  la cella del carcere di Turi, all’interno del quale Gramsci trascorse cinque anni, su di esso è riprodotto anche il passo della lettera del 29 febbraio 1932, nella quale, a dispetto delle sofferenze patite per la lunga carcerazione, scrive ironicamente: “Cara mamma ….dirai anche a Teresina che ringrazio lei e i suoi bambini per l’intenzione che hanno avuto di inviarmi le violette di Chenale e i bulbi di ciclamino selvatico, ma non posso ricevere i loro doni, ciò andrebbe contro il regolamento che vuole sia mantenuto il carattere afflittivo della pena carceraria. Dunque bisogna che sia afflitto e perciò niente violette e ciclamini, nessun diavoletto della natura deve stuzzicarmi le nari con effluvi e gli occhi con il colori dei fiori…”.  

Antonio Sebastiano Francesco Gramsci naque ad Ales in provincia di Oristano il 22 gennaio del 1891, figlio di Francesco e di Giuseppina Marcias. Uomo politico, filosofo, politologo, giornalista, linguista e critico letterario, considerato uno dei più grandi pensatori del XX secolo. Frequentò le scuole elementari, che concluse nel 1902 a Sorgono conseguendo il massimo dei voti, ma le precarie condizioni economiche familiari dovute alla carcerazione del padre, condannato per peculato e concussione, gli impedirono di iscriversi subito al ginnasio. Dal 1902 lavorò dieci ore al giorno all’Ufficio del Catasto di Ghilarza per dare un piccolo aiuto alla sua famiglia. In una lettera indirizzata alla cognata Tatiana Schucht il 3 ottobre 1932  lamentava il duro lavoro nel maneggiare “registri che pesavano più di me e molte notti piangevo di nascosto perché mi doleva tutto il corpo”. Dal 1905 al 1911 frequentò il Ginnasio a Santu Lussurgiu e successivamente il Liceo Classico Dettori a Cagliari. Nell’autunno del 1911 partì alla volta di Torino, ammesso agli esami dell’Istituto Carlo Alberto per una borsa di studio da 70 lire per dieci mensilità. Superò brillantemente gli esami classificandosi al nono posto, al secondo uno studente genovese proveniente da Sassari, Palmiro Togliatti. Si iscrisse alla Facoltà di Lettere che al tempo vantava professori di altissimo livello come Luigi Einaudi, Francesco Ruffini, Vincenzo Manzini e altri, ma non conseguì la laurea, assorbito com’era dagli impegni politici ai quali si era completamente dedicato non appena giunto nel capoluogo piemontese. Strinse amicizia con il socialista Angelo Tasca. Nel 1919, insieme a Togliatti, Tasca e Terracini fondò “Ordine Nuovo” una delle più importanti riviste del tempo. In essa sostenne  idee di sinistra radicale e leniniste. Fu uno dei promotori della scissione del Partito Socialista al Congresso di Livorno del 1921 e fondatore del Partito Comunista d’Italia (PCd’I). Il 6 aprile 1924 fu eletto deputato nel Veneto, lo stesso anno assunse la segretaria del partito e fondò il giornale L’Unità, con il sottotitolo “Quotidiano degli operai e dei contadini”. Il 5 novembre 1926 il governo fascista sciolse i partiti politici di opposizione e soppresse la libertà di stampa. Nonostante l’immunità parlamentare, Gramsci fu arrestato con l’accusa di voler sovvertire con la violenza l’ordinamento dello Stato e imprigionato a Roma l’8 novembre del 1926, proprio nei giorni in cui scriveva uno dei più illuminati saggi “Alcuni temi sulla questione meridionale”. Il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, composto da elementi della milizia fascista, accogliendo la richiesta del Pubblico Ministero, Michele Isgrò, lo ritenne colpevole condannandolo a vent’anni, quattro mesi e cinque giorni di carcere con sentenza inappellabile,  era il 4 giugno 1928. Non erano previsti successivi gradi di giudizio. Il 19 luglio fu internato nel carcere di Turi, in provincia di Bari.

Finchè rimase libero Gramsci fu sostanzialmente un giornalista, un organizzatore politico, ma gli scritti che accumulò durante gli anni del carcere, e pubblicati postumi, fanno di lui uno degli intellettuali del Novecento più letti, tradotti e studiati in tutto il mondo. Gramsci analizzò la struttura culturale e politica della società. Elaborò in particolare il concetto di egemonia secondo il quale le classi dominanti impongono i propri valori politici, intellettuali e morali a tutta la società, con lo scopo di saldare e gestire il potere intorno a un progetto condiviso da tutte le classi sociali, comprese quelle sottoposte. Sarebbe impossibile in questo contesto fare anche solo una sintesi generale del pensiero di Gramsci, mi limito pertanto a riportare solo alcune sue riflessioni. Nei “Quaderni dal carcere. Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura” scrisse: “Non c’è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale, non si può separare l’homo faber dall’homo sapiens” indipendentemente dalla sua specifica preparazione professionale ogni uomo è a modo suo “un filosofo, un artista, un uomo di gusto, partecipa di una concezione del mondo, ha una consapevole linea di condotta morale”.  Durante la sua permanenza a Torino scriveva per i giornali “Il grido del popolo” e per la rubrica “Sotto la Mole” nel foglio piemontese de “L’Avanti”. Scrisse di tutto, dai commenti sulla vita politica interna ed estera del tempo fino alle note di costume. In una lettera alla cognata Tatiana del 7 settembre del 1931 scriverà di aver scritto “tante righe da poter costituire quindici o venti volumi di quattrocento pagine, ma esse erano scritte alla giornata e dovevano morire dopo la giornata”. Contribuì in modo decisivo a rendere popolare il teatro di Pirandello “ho scritto sul Pirandello, dal 1915 al 1920, tanto da mettere insieme un volumetto di duecento pagine e allora le mie affermazioni erano originali e senza esempio: il Pirandello era o sopportato amabilmente o apertamente deriso” scrisse ancora a Tatiana in una lettera del 19 marzo 1927. In una recensione del 24 marzo 1917, a proposito della commedia “Pensaci, Giacomino!” scrisse  “è tutto uno sfogo di virtuosismo, di abilità letteraria, di luccichii discorsivi. I tre atti corrono su un solo binario. I personaggi sono oggetto di fotografia piuttosto che di approfondimento psicologico: sono ritratti nella loro esteriorità più che in una intima ricreazione del loro essere morale. È questa del resto la caratteristica dell’arte di Luigi Pirandello, che coglie della vita la smorfia, più che il sorriso, il ridicolo, più che il comico: che osserva la vita con l’occhio fisico del letterato, più che con l’occhio simpatico dell’uomo artista e la deforma per un’abitudine ironica che è l’abitudine professionale più che visione sincera e spontanea”.  

Sette anni di carcere portarono Gramsci alla totale rovina fisica. Le sue precarie condizioni di salute, già cagionevoli, perché portatore di spondilite piogenica tubercolare, chiamata anche morbo di Pott, peggiorarono drasticamente. Lasciò il carcere di Turi nel novembre del 1933 e il 7 dicembre fu ricoverato a Formia. Il 25 ottobre 1934 fu rimesso in libertà condizionale e il 21 aprile 1937 riacquistò la piena libertà. Morì  sei giorni dopo a Roma all’età di 46 anni. La cognata Tatiana scrisse alla sorella Giulia “Abbiamo fatto la cremazione. Ci sono state difficoltà ad ottenere l’autorizzazione, ma infine l’abbiamo spuntata. Ho fatto prendere la fotografia della salma e fatto fare la maschera. Ora la faccio fondere in bronzo, e anche la mano destra. Quel giorno, non credo che Nino si sia sentito peggio del solito. Anzi, posso dire che sia stato più tranquillo del solito. Ha mangiato la minestrina in brodo, un po di frutta cotta e un pezzetto di pan di Spagna. È uscito e fu riportato sopra una sedia portata da più persone. Aveva perduto il lato sinistro, completamente, parlava benissimo, ha raccontato a più riprese che essendosi accasciato ma non battuta la testa, si è trascinato fino alla porta, e  chiamava aiuto. L’Ho sempre vegliato facendo ciò che sapevo, bagnandogli le labbra, cercando di fargli ripristinare artificialmente il respiro allorché questo pareva volersi fermare; ma poi venne un ultimo respiro rumoroso, e sopravvenne il silenzio senza rimedio. Chiamai il dottore che confermò la mia paura. Erano le 4,10 del 27 aprile” 1937.

Quella di Antonio Gramsci è una limpida testimonianza sulla condizione umana, sui suoi limiti, sulle insospettabili risorse dell’uomo e sulla sua ostinata capacità di continuare a concepire il bene comune anche di fronte alle più gravi suggestioni del male.

Mario Zedda

Contributo presentato da Giovanna Elies della Redazione di accademiasarda.it 

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