Sul termine decisivo della dispotia degli orientalismi culturali in europa ed italia.

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SUL TERMINE DECISIVO DELLA DISPOTIA DEGLI ORIENTALISMI CULTURALI IN EUROPA ED ITALIA.
(RESOCONTO DI VICENDE NON SOLTANTO POLITICHE NON SOLAMENTE CULTURALI.)

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Queste, che sono precisazioni anche, le accludo per mostrare quanto a volte erra il giudizio di chi non sa di non pensare a tutto il necessario.

Dell’ultimo romanzo di Umberto Eco, "Il cimitero di Praga", è possibile lettura frammentaria, per racconti separati e con interpretazioni aggiunte, o ridotte, a seconda delle esigenze intuitive. Sembra che il professor Eco abbia, avesse voluto consegnare ad altra destinazione i suoi incompiuti filosofici e la sua scienza senza etica. Una destinazione dove tutto potesse avere un senso compiuto ed una manifestazione decisa. Da quel che ricordo da mio incontro con lui anni addietro e da messaggi a distanza, era suo programma, non moralmente vissuto, ma con prudenza… extra-morale e non a-morale! Io un giorno gli avrei mandato (gliene mandai) un invito per acquistare un biglietto di evento sportivo, di squadra di calcio giocato, non italiana, dal nome di: Sparta Praga. Accadde dopo che avevo dato occhiata a suoi nuovi testi in una libreria e avevo avvertito tanti positivi esuberi intellettuali e medesimo smarrimento di scopi possibili, non per deliberazioni ma per ambienti impossibili però senza aspirazioni diverse ma neanche con soddisfazione di lui medesimo. Sapendo della violenza terribile che permea gli ambienti positivisti ed ancora dimora nei nostalgici del totalitarismo comunista, sapendo delle difficoltà oggettive di esistenza connesse a positivismo e totalitarismo, fatto conto delle origini della scienza detta "semiotica", io avevo pensato, e ne decisi, di proporre al professor Eco un radicale mutamento di prospettive sociali-esistenziali. Il romanzo ispirato alle memorie di Praga è la autentica e degna e assai discreta continuazione dei ricordi medioevali de "Il nome della rosa".
Del Medio Evo, Eco conobbe la versione storica fornita dall’ateismo di sinistra, che decise di ridicolizzare e distruggere col suo romanzo "Il nome della rosa". Della modernità conosceva anche le alternative, che non accolse sùbito e che encomiò prima di morire, non saprei se aggiungendovi testimonianze scritte appropriate o se lasciando soltanto i suoi lavori a metà. Del postmodernismo criticò l’anima scettica, non mi risulta che ne avesse infine veramente descritto le costruzioni intellettuali oltre che rifiutato le distruzioni culturali.
Ma se in Evo Di Mezzo non era necessaria coscienza critica per distinguere con ovvietà il messaggio di uno scritto dagli eventuali varianti testi a farne da tramite, non così nei tempi e luoghi del professor Eco! Io lo ho considerato un uomo dalla esistenza assai molteplice. Fu uno scienziato, studioso di grande valore ma non esente da sopravvalutazioni del ruolo della scienza nella società e nella cultura. Fu pure un professore, a suo modo marxista come tutti i suoi colleghi, che si era avveduto degli errori e in parte degli orrori delle dittature del comunismo-marxismo. Accanto ed assieme a questa ufficialità v’era per lui la segretezza, ovvero il lato oscuro e imprevedibile, l’arte vissuta in prima persona: fu un romanziere davvero sublime, forse nessuno grande come e quanto lui negli ultimi decenni in Italia.
Dove lui visse le convenzioni cattoliche erano state rese delle spoglie vuote delle quali se ne era impadronito il potere comunista. D’altronde questo potere era diventato una insensatezza e niente altro. Per Umberto Eco dunque "Marx ed il marxismo" erano il metodo per filosofare senza doverne dare conto, sfiorando il sofisma ma cogliendo briciole di saggezza e sapere nel far esistere ancora la filosofia come ai tempi della sua preistoria, quando i "magi" di Persia ed Egitto e altrove ne illustravano il pensiero senza che esso esistesse già e senza che vi già fossero i filosofi. Per i contemporanei però nessuna gloria, niente bellezza! Infatti la nullità dell’esercizio filosofico condotto in istituzioni universitarie sottoposte alla dittatura di estrema sinistra serviva a evitare il compiersi della dittatura stessa, la quale usava gli intelletti filosofici per contrabbandare i propri strani e inusitati soprusi, di marca stalinista, ovvero opera dei crimini più esotici, imprevedibili e squallidi mai apparsi al mondo. Parimenti la sopravvivenza della filosofia garantiva agli scienziati la possibilità di darsi dei limiti, di evitare che il positivismo si diffondesse e generasse l’immane conseguente disastro dagli effetti mortali, tra cui lo stesso trionfo del razzismo sociale di stampo comunista e stalinista. In tanta disperante tragedia in atto, l’arte per Eco fu una salvezza. Cominciata quale arte di arrangiarsi, che a Napoli era di gente ordinaria ma a Bologna di individui non comuni, di espediente in espediente conduceva in una condizione in parte determinata arbitrariamente, alla contemplazione della vanità di tutto ciò che recava il segno del potere: dottrine cattoliche, filosofemi marxisti, la stessa scienza dei segni, la semiotica, tutto ciò gli si mostrava privo di reale effettività, rispettivamente per formalismo autodistruttivo, per servizio a ragioni o non-ragioni ignote, per mancanza di reale efficacia operativa. Questa l’assenza di verità da lui descritta filosoficamente: dogmi irrimediabilmente incomprensibili, sistemi resi inutili anche per la negazione, studi destinati ai soliloqui o a pubbliche incomprensioni… L’assurdità di una situazione, fino alla paradossalità quasi onirica, da cui originò l’intuizione estetica dell’artista autore di opere, non più solo di espedienti per evitare il peggio. Il libro dal titolo "Il nome della rosa" fu il presentarsi della vera storia, tra i fantasmi delle repressioni cattolico-clericali e gli spettri dei vari comunismi, diventati appunto tanti ma tutti sempre di più uno peggio dell’altro… Così il suo autore, onorando anche il suo aulico cognome, fece risuonare la memoria della gioia antica, nella vicenda soltanto in un certo senso inventata di un libro che ne raccontava causa involontaria di odi furibondi ai danni di essa medesima! Un salomonico rifiuto a tutto l’ambiente politico, culturale, religioso cui apparteneva lui stesso.
Del tesoro veramente scoperto per tramite dell’arte del romanzo, il suo Autore non volle farsi anche possessore. In principio fu, è vero, per terminare il còmpito, liquidare l’intero ambiente, e dopo era, amaramente dovetti constatarlo, per sorta di scelleratezza: pubblicamente lasciava i pensieri filosofici allo stato di indicazioni senza realizzazione e la scrittura scientifica drammaticamente esposta alle incursioni dei manipolatori del linguaggio, i servitori degli inganni dello scientismo, quelli che, per esempio, nel reperire un segno in uno stemma ne negano sempre ed in tutto il valore simbolico… Ma soprattutto il suo proverbiale acume si trasformò in puntiglio, la giustezza in prepotenza. Dopo che io gli avevo manifestato una protesta contro il credito concesso da tanta parte della cultura letteraria italiana al libro "Gomorra" di R. Saviano, in quegli anni in auge nelle cronache giornalistiche e nelle elucubrazioni di intellettuali malviventi o cialtroni, ecco che lo ritrovavo in stupefacente accordo verbale proprio con quelle false criminologie che ignorano la solidarietà umana, pur presente nonostante tutto anche se ridotta e contraddetta negli stessi progetti e gesti degli assassini! (Il mio messaggio contro la stupida fortuna di "Gomorra" non gli era piaciuto evidentemente.)
Avevo incontrato tempi addietro Umberto Eco in un locale notturno di Bologna, indicatomi di sua puntuale frequentazione, dopo che pronunciati miei pensieri sulla vita davanti a lui in mia assenza, un testimone ne aveva registrato interesse non comunicato né occultato. Vissi a Bologna breve altresì brevissimo periodo, in compagnia di studentessa da altrove e un poco anche di suo convivente, probabilmente il noto cantautore F. De Gregori ma di fatto senza rivelare sua identità. Costui mi faceva da tramite per gli ambienti culturali di Bologna, lei per quelli universitari. Forse le diedi anche delega per iscrivermi a detta università, ma non ne trassi praticamente nulla a questo specifico riguardo. Ero uno studente del tutto atipico e volontariamente tale ed anche versato in tutti altri studi. Dormendo in stesso letto della compagna del forse F. , io le avevo già dato delega di evitare chiarezza, sì che potessi poi al risveglio avere tutti i dubbi e i non-dubbi eventualmente relativi a congiunzioni amorose, mentali, fisiche, in stato di sonno non inerte. F. era, per suo proprio conto e che non sapevo, interessato a studiarsi eventuali moti, per assenza e postumi, sia di gelosia ovverossia di non-gelosia; e nonostante mia surreale timidezza, tanto che lei affidava ad un cane da caccia facoltà di girare anche per stanze da letto per darmi spazi mentali di profondo distacco, io avevo deciso di far domanda al professore e scienziato di semiotica, intorno a: segni fisicamente rilevabili (o fisiologici, ed in che senso?) di amori in stato di profonda incoscienza. F. intendeva domandarne invece di lontananze. Ricordo che al professore e scienziato U. Eco le domande piacquero e tantissimo, stante sua diffidenza per mio mondo, che manifestò di sentire oltremodo misterioso. Rispose enunciando i principi della sua scienza e illustrandone applicazioni possibili non ordinarie, quali quelle alle espressioni psicofisiche, che lui spiegava erano indagabili solamente quali limiti della conoscenza scientifica della semiotica. Alla ipotesi di un nuovo elemento in vita, Eco ne intese e comunicò dopo lunga riflessione che per studio-limite di semiotica i tempi di gravidanze, senza poterne osservare inizio consapevole in datore-amante, erano lunghi e lacunosi da non bastare per osservazione scientifica. Restò lo scienziato U. Eco in sorta di terrore per il mutamento improvviso dei suoi abituali contesti intellettuali, ma decidendo di non chiudersene opzioni (che io non seppi né so né mi riguardarono neppure indirettamente). Sua preoccupazione, notai, era di porre alla mia sorprendente e sorpresa attenzione al pensiero delle epoche storiche da lui opportunamente vagliate. Mi ritenne sorta di extraterrestre venuto direttamente da chissà quale medioevo greco. Mi chiedeva silenziosamente di far qualcosa, purché fosse qualcosa, in Università. A Bologna, non solo in Facoltà di arti e spettacolo, io ritenni di coinvolgere professori ed alunni in interesse per la scienza empirica della enologia, particolare studio biologico applicabile ad oggetti di studio dalla unità complessa evidente, in particolare usatissima per studi su vino ed altri alcolici. Inoltre avevo dato luogo a manifestazioni di noia e di insoddisfazione per gli studi del fenomeno religioso limitati ai soli casi dei capi carismatici, secondari nei monoteismi, non perspicui nei politeismi. Le obiezioni che un poco lo fossero riguardo agli iniziatori dei movimenti religiosi panteisti erano da me astutamente ricercate per dare sèguito accademico agli interessi universitari circa lo studio rigoroso delle religioni. Degli studi sulla enologia e poi eventualmente di enologia specificamente condotti, era mia intenzione poi farne interesse degli studiosi di religione, per poi condurli a consapevolezza di: la identità tra le icone cinematografiche dei capi carismatici nella cinematografia religiosa e i valori simbolici dei culti prestati ai capi carismatici da parte delle masse religiosamente coinvolte. Certo non avevo tanta disposizione di rigore intellettuale quanto ora, ma avevo minimi concetti sufficienti ed inoltre io agivo da iniziatore ma non inoltratore. A questo ultimo scopo, ruolo fondamentale sarebbe stato di nessun individuo, del vino assunto da chi in ambiente od ambienti universitari. In questo quadro politico-culturale io facevo tesoro di quanto avevo potuto capire in locali notturni frequentati da studenti oppure da professori. In tali ambienti mi imbattei finanche in aspiranti terroristi di sinistra ed in gruppi di antipolitica, questi ultimi che si impegnavano perfino a mettere confusioni su persone e corpi di chiunque impegnato anche in politica. La diffidenza professorale fu vinta dalla visione della violenza antipolitica. Il materialismo di matrice marxista imperante in Università di Bologna, fino ad allora a disposizione del potere sovietico ed entro cui imperversava la violenza stalinista, se ne ritrovò del tutto e formalmente neutralizzato, ma restandoci lo stesso senza l’agio di prima.
Nei fatti leggendo i frammenti per così dire anche indipendenti del romanzo "Il cimitero di Praga", se ne ritrova matrice storica chiaramente legata al periodo storico medioevale, di fatto il romanzo presentando una modernità del tutto legata alla realtà precedente, secondo conoscenze evidentemente del mondo che non sono comprese negli scritti noti e meno noti di Umberto Eco sul Medio Evo e che derivano dal desiderio suo stesso e poi da lui medesimo realizzato di porre sua attenzione intellettuale sulle origini della formazione della scienza semiotica; desiderio che lui mi aveva reso noto a Bologna descrivendomi la sua Università come… diventata strana, senza più prospettive tragiche ma neanche buone…! (Non ricordo se usasse tali parole ed esattamente tali.) Di fatto le istituzioni universitarie di Bologna erano diventate inaspettatamente e spaventosamente simili ai suoi percorsi mentali, perché i presupposti materialisti introdottivi dal marxismo-comunismo avevano cambiato a poco a poco funzione, eteronomamente ma senza perdite di autonomie di facoltà. Ritenendo di ciò, in ultima istanza, a mio messaggio via internet e non solo, il professor Eco che io ne fossi, in qualche modo da lui non pensabile, sicuramente più a parte di lui stesso, io notavo che lui era interessato ad inviti sociali e culturali che lo ponessero in grado di discernere gli accaduti non a lui né ad alcuno altro della istituzione universitaria bolognese noti del tutto nelle cause, ma solo negli effetti; né era bastato, né bastò né bastava campionario di vini, alcolici vari e varie e diverse ebbrezze e ubriacature! In verità delle mie trame a “Bologna la Grassa” lui aveva potuto ricostruire ed accogliere tutto con piena approvazione e riconoscenza, restandogli questo utile interrogativo: come mai anche questo. Al che io non sapevo fare nient’altro che accogliere sue esigenze di comprensioni, definendo anonimamente la origine culturale dei miei metodi di resistenza umana per la vita e la intelligenza della vita e poi, per estrema necessaria cautela comune, dandone informazioni lapidarie ed ermetiche. (Non ricordo se e quando io avevo anche dato invito al professor Umberto Eco per assistere a spettacolo calcistico con squadra così chiamata: Spartac Mosca.)
L’interesse… gli interessi del professore, ed accademico di fatto, U. Eco per la storia della semiotica erano riferibili e riferiti a scansioni storiche atipiche, ma secondo altrui comprensioni ed in parte anche sue scanditi secondo gli evi della storia ufficiale raccontata in Università ed insegnata in Scuole italiane. Eco era restato meravigliato che dovendosi inquadrare Medio Evo e Modernità per lo scopo, non se ne poteva trarre comunque tutto anche con materiale sufficiente, dunque optando per la valutazione di altri, ulteriori parametri storici di stessi periodi di storia. Con tali premesse, egli fu a Praga e poi altrove, per avventure intellettuali che sono del tutto comprensibili soltanto con il supporto del testo del suo ultimo romanzo.

La genesi dell’Opera mi risulta questa:
Per studi di semiotica residente a Praga, l’Autore si ritrova a decifrare scientificamente segni del passato cittadino che contengono anche messaggi intenzionali, databili soltanto ad epoca precedente alla scienza per la quale erano stati appositamente costruiti. Durante il completamento di tali decifrazioni, è costretto ad abbandonare tutti i filosofemi che ne avevano guidato vita da studioso e di cittadino, rendendosi conto che i messaggeri avevano deliberato di interdire qualunque uso del dato scientifico che fosse privo di saggezza filosofica o che ne pretendesse vanamente potere specifico ed insostituibile. Per ragioni pratiche di esistenza, lo studioso e scienziato, nonché Autore del futuro romanzo, non potendo fare a meno di pensare altra filosofia cui far affidamento, è costretto a prendere appunti sulla vicenda storica cui i messaggi facevano riferimento e da cui provenivano; e stando in città e completando tutti suoi studi, viene a conoscenza di fonti storiche di medesime vicende, avvalorate dalle testimonianze urbane indubitabili.
Le vicende corrispondono alla preistoria dello scandalo provocato dalla diffusione di cronache false riguardanti complotto sionista in Europa ai danni di stessa Europa e per dominio su intero Occidente. Tali falsità crearono vasti risentimenti cui in Russia alcuni cittadini di sole origini giudaiche avevano reagito costruendo un reale intrigo con scopo non di dominio sionista ma di egemonia culturale orientaleggiante in vasti e decisivi ambienti politico-militari della Europa. Tale preistoria non rappresentava alcunché di determinante per quanto accaduto poi ma di assai significativo per quanto accaduto dopo lo scandalo del falso complotto e con la fine della egemonia culturale degli orientalismi, in arte ed accademie europee ancora durevole in alcuni luoghi e discipline, ai tempi della stessa permanenza di Umberto Eco a Praga.

(Di pensiero in pensiero… con paratassi implicita che sostituisce sintassi in apparenza scorretta in realtà interrotta ma con mancanza di scrittura completa… il lettore che potrebbe intendere si divertirebbe pure per puntiglio nell’illustrare pensiero reale ma… non ne rida se oltretutto non ne trovasse neanche!!)

MAURO PASTORE

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