A caccia di martello nel blu di Jackson barra

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Raconto di Paolo Degano – Disegno di Alessandra Quaroni 

14 Luglio 2009

“Shaaark! Shaaark!”

Dal ponte dell’Asala ci giriamo tutti di scatto a guardare il raìs mentre grida indicando un punto tra le onde vicino alla nostra barca che a motore spento rolla lievemente sospinta dalla corrente a un centinaio di metri dal reef.

Una macchia brunastra con le estremità bianche scivola nel blu veloce e scattante descrivendo sinuosa ampi semicerchi.  È quando riaffiora vicinissima alla superficie fendendola con l’ampia e tonda pinna dorsale che riusciamo a capire. È un longimano.

Nuota sprigionando una primitiva potenza, girandosi alle volte a pancia in su. Vicino alle larghe pinne pettorali nuotano alcuni pesci pilota a strisce verticali nere e bianche. Resto estasiato ad osservarlo. Non lo avevo mai visto. Sarà lungo più di due metri.

In barca sembra di essere nella curva di uno stadio. In mezzo all’euforia generale dei turisti le nostre guide più esperte restano però prudenti. Il longimano infatti è considerato potenzialmente pericoloso e qualcuno riflette sul fatto che se si sta comportando come un cagnolino eccitato è perché probabilmente l’equipaggio della barca poco lontano da noi lo deve aver alimentato infischiandosene dei divieti e del comune buon senso.

Sentiamo i loro motori riaccendersi segno che stanno per andarsene. Dopo pochi passaggi attorno all’Asala lo squalo scompare forse proprio attratto dagli altri che pasturano. I clienti sono un po’ delusi da quell’apparizione così breve e fugace. Non si rendono conto che in natura avviene quasi tutto così; non è la televisione o uno zoo.

Stanno aspettando impazienti di buttarsi in acqua.

Questo pomeriggio siamo qui sul lato nord di Jackson reef per fare un altro tuffo nel blu alla ricerca di un’altra specie di squalo. I “martello” bazzicano spesso questa zona. Spero di far parte di uno dei due gruppi che tra poco scenderanno in acqua a cercarli. È il primo giorno che torno in barca dopo il mio esordio poco entusiasmante una decina di giorni fa sempre in questa zona poi tanto gazebo a noleggiare pinne e a fare qualche intro dalla spiaggia del villaggio.

Stamattina a Jackson interna (lato sud) mi hanno fatto fare la guida snorkeling. È andato tutto bene. Nessun cliente perso e soprattutto nessuno ha pallonato! Scherzo.

Sto ancora ripensando al longimano quando Rino il boss del diving mi dice sbrigativo: ”Preparati che mi chiudi il gruppo!”

Sono entusiasta. Evvai! Spero che questo tuffo mi ridia la fiducia e la carica di cui ho bisogno per continuare la stagione. La barca ci lascia a un centinaio di metri dal reef. È un’immersione nel “blu”; senza riferimenti. Ci seguirà in drift  osservando le nostre bolle mentre noi cercheremo laggiù gli squali martello dirigendoci poi verso la parete corallina.

Mi butto. Sono l’ultimo ad essersi tuffato. Le bolle che ho generato entrando in acqua mi avvolgono come un caotico banco di piccoli pesci che risalgono in disordine verso la superficie. Per qualche secondo non vedo bene attorno a me. Spariscono e io allora mi rendo conto che sono un uomo immerso e disarmato in un territorio di caccia. Giro la testa in direzione del gruppo guidato da Rino. Li vedo in basso sotto le mie lunghe pinne d’apnea che uso per essere più visibile ai clienti. Sono già scesi a una ventina di metri. Guardingo osservo il blu temendo il ritorno del longimano. Chiudendo il gruppo ho uno svantaggio; non ho nessuno che mi guardi le spalle. Adesso sono alla quota degli altri. Vedendo che mi volto spesso indietro Rino mi fa segno di guardare avanti in direzione dei clienti. Gli faccio l’ok con la mano ma è una parola. Il primo gruppo è già sparito alla nostra vista nonostante la visibilità sia attorno ai 25-30 metri. C’è una leggera corrente che ci sposta lenta verso il reef che ancora non si vede nel blu intenso che ci circonda. La luna crescente di queste notti dovrebbe muovere correnti di risalita aumentando la possibilità di vedere pesce grosso. Siamo a meno 25 metri e i raggi del sole bucano l’acqua illuminandola anche quaggiù. I riflessi mi confondono, sembra di scorgere movimenti di esseri pelagici. Rino si gira ancora ad osservarmi. Sono concentrato e adrenalinico e gli rispondo reattivo. Credo voglia vedere se la lezione dei giorni scorsi mi è servita. Osservo le teste dei nostri quattro clienti che cercano eccitate nel blu. A un tratto nuotiamo attraverso una galassia di biglie blu fluorescente sospese come noi in quell’universo liquido. La mia mente sembra faticare nel realizzare che ciò che sta vedendo è reale. Probabilmente è plancton. Uova di qualche sconosciuto pesce il cui diametro va da pochi millimetri a un centimetro. Ce ne accorgiamo tutti e ci guardiamo annuendo meravigliati di quella sensazione che ci sta accomunando. Al longimano ormai non penso più. Rino in testa al gruppo aumenta il ritmo delle pinneggiate, guarda la bussola e alza spesso lo sguardo alla superficie del mare inondata di luce per cercare di orientarsi anche con il sole. Ammetto di non sapere dove stiamo andando. Appena mi sono tuffato avevo il reef di fronte a me. So che pochi secondi dopo già non conoscevo la nostra direzione. Non ho la bussola. È un errore da inesperto in un’immersione in cui aveva importanza averla con sè. Sto pensando a questo e al fatto che Rino risaliti a bordo potrebbe farmelo pesantemente notare quando vedo che si blocca improvvisamente.

Siamo a meno 20 e sta guardando qualcosa davanti a lui che io ancora non scorgo. Adesso anche i clienti si accorgono che ha smesso di pinneggiare. Ci blocchiamo sospesi in quell’immenso cielo liquido. Guardo il capo guida e fisso il blu davanti a lui. Guardo i clienti e sposto veloce lo sguardo sotto di noi. Niente. Nessun movimento. Solamente fasci di luce solare che scendono obliqui dalla superficie. A un tratto si tende in avanti indicando qualcosa con il braccio alla sua sinistra e girando la testa verso di noi per comunicarcelo. È una grande massa omogenea di corpi di una tonalità grigio azzurra che si fonde con il mare. Erano invisibili eppure vicinissimi: un banco immenso di carangidi (ricciole tropicali). Guardandoli da poca distanza sembrano fatti di metallo grigio chiaro. Siamo estasiati ma anche un po’ delusi. Noi quaggiù siamo a “caccia” di martello. Il banco è unito come quando si difende dai predatori, forse proprio dagli squali martello. Si compattano formando una grossa sfera di corpi che disorientano lo sguardo. È strano sentirsi osservati da così tanti pesci.

Ci facciamo segnali di ok e io chiedo l’aria ai clienti. Sono tutti attorno ai 60-70 bar. L’immersione non è stata profonda ma la tensione dell’attesa li ha fatti consumare più del dovuto nonostante abbiano brevetti da esperti.

Nel frattempo la corrente ci ha spostati in prossimità di una immensa macchia verde acqua: il reef. Rino mi fa segno di “sparare” il pedagno. Eseguo. La sacca rossa piena d’aria sale verso la superficie srotolando fluida la sagola che tengo in mano e sbuca verticale tra le onde. Ok questa è andata! Speriamo non mi chieda  la bussola.

Guardando sotto le nostre pinne vediamo nuotare un’immensa tartaruga verde. Lenta e aggraziata bruca alcuni coralli molli lanciandoci pigre e disinteressate occhiate mentre tutto attorno è il solito tripudio di vita e di colore. I suoi movimenti sono rassicuranti, tanto che a guardarla la tensione si dissolve dal mio corpo come se mi avessero tolto lentamente un peso immenso e io mi sentissi di nuovo leggero come un bambino che osserva il mondo per la prima volta.

Risaliti in barca Rino mi dice: ”Peccato! Da qualche parte c’erano, ne sono sicuro!”

“Credo anch’io!” gli rispondo. Aggiungendo: ”I carangidi mi sembravano troppo nervosi…”

Della bussola non fa neanche un accenno, meglio così.

Al ritorno verso il porto siamo tutti rilassati e stanchi. In effetti uno squalo dalla barca oggi l’abbiamo visto. Prima di arrivare a Sharks bay parlo con il Raìs Khamis di calcio in particolare di Baggio. Lo conoscono bene anche qui in Egitto. Siamo entrambi dispiaciuti che abbia ormai smesso di giocare. Borbottando qualcosa mi indica i suoi grossi piedoni callosi usati come mani per timonare l’Asala. Io non capisco ma gli annuisco ugualmente. Lui mi sorride e parla ancora di calcio… credo…

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