Quanto resta della notte…….

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di Piero Murineddu

Tutto parte da due versetti tratti dal primo Testamento (evito di dire “antico” per non urtare la suscettibilità degli ebrei). Autore è il profeta Isaia o chi per lui: Sentinella, quanto resta della notte? La sentinella risponde: “Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!”.(Isaia 21, 11-12)

Il contesto in cui viene posta la domanda seguita dalla risposta potete pure andare a cercarvelo, se v’interessa. Per quanto riguarda l’esegesi, consultate liberamente qualche biblista. La scelta è vastissima, come sempre più vaste e aperte ad interpretazioni sono le letture. E’ comunque certo che questa metafora della notte che ancora non è diventata giorno ha dato spunto a diverse persone che hanno usato e usano il cervello. Letterati, poeti, artisti e pensatori di ogni genere. Ciascuno a modo suo, logico, ma intanto quando a quella parte del corpo umano  qual’è il cervello gli si dà il compito di elaborare, è cosa buona e giusta. Semprechè questa elaborazione produca frutti commestibili e non avvelenati, altrimenti tanto vale lasciarlo in disparte e farlo invecchiare per conto suo. Fare in modo che non nuoccia, insomma.

Ma veniamo al dunque. In ambito cantautorale, anche Francescone da Pavana a suo tempo si è occupato della faccenda. A modo suo, è logico, e nel brano dal vivo ne da’ motivazione, per cui non sto a dilunguarmi. Due suoi amici, anch’essi cantautori, hanno pensato di dedicare al Guccio nazionale una canzone. Quello più conosciuto, Roberto Vecchioni, nel testo ha toccato alcuni passaggi delle tante canzoni composte dal signorone da sempre barbuto, oggi scrittore e vecchio a tempo pieno. L’altro, meno noto alle grandi platee, Claudio Chieffo, venuto a mancare diversi anni fa, nel testo ha considerato principalmente questa vicenda della notte non ancora terminata e del giorno ancora non arrivato. Claudio, al porsi delle domande sulla vita di cui in fondo parla Guccini nella sua canzone, gli fa l’esplicito invito ad “attraversare il silenzio”, quell’imbrunire mattutino del “gia e non ancora”.  Evidentemente, alle tante domande che ci poniamo sulla vita, il cantautore di Forlì, Chieffo appunto, è riuscito a trovare delle risposte. Certamente, il fatto che siano state esaurienti per lui, non è detto che lo debbano per forza esserlo per tutti. Per quanto mi riguarda lo prendo come un invito a stare sempre in movimento, in direzione principalmente verso l’uomo e i suoi bisogni essenziali. Il resto, e di questo sono certo, verrà di conseguenza.

Alcuni ricordi personali, e parlo degli anni giovanili. Il primo a sentire dal vivo dei tre fu Vecchioni, durante la leva militare. Eh si, purtroppo ancora non ero a conoscenza della possibilità di fare l’obiettore di coscienza, e quella occasione di assistere ad un concerto, nei pressi di Firenze, è uno dei pochi momenti piacevoli che mi son rimasti di quel tempo preoccupato di fare il saluto militare quando capitava d’incrociare un graduato. Claudio Chieffo lo sentii a Sassari, con un pubblico composto principalmente se non addirittura esclusivamente di aderenti ad un movimento ecclesiale. Come Guccini, anche lui non si faceva pregare per interloquire col pubblico. E veniamo a Francesco. Lo ascoltai a Milano e in paesino della mia Sardegna. Al tempo, in attesa della patente di guida, avevo in tasca il famoso “foglio rosa” quello che permetteva di guidare con a fianco un patentato vero e proprio. Il fatto è che il giorno, in auto non avevo nessun passeggero fornito di patente. Tap….. m’imbatto in un posto di blocco:

“Favorisca patente e libretto, prego…” – “Ehmmmmm…veramente la patente non mi è ancora arrivata, ma in compenso ho il foglio di un rosa nitidissimo….” – ” Come sareeeeebbe….?” – “Dai, cerchi di capire….. Volevo vedere e sentire  assolutamente Guccini dal vivo e così….” – ” E va bene, dai. Se proprio si tratta di Guccini, sorvoliamo…..Peccato che sia in servizio, altrimenti sarei venuto anch’io…” – “Grazie brigadiè……” – ” Vada…vada…”

 

 

Shomèr ma Mi-llailah? 

(Francesco Guccini)

 La notte è quieta senza rumore, c’è solo il suono che fa il silenzio e l’aria calda porta il sapore di stelle e assenzio. Le dita sfiorano le pietre calme, calde di un sole memoria o mito, il buio ha preso con sé le palme, sembra che il giorno non sia esistito.  lo, la vedetta, l’illuminato, guardiano eterno di non so cosa, cerco innocente o perché ho peccatola luna ombrosa. E aspetto immobile che si spanda l’onda di tuono che seguirà    al lampo secco di una domanda, la voce d’uomo che chiederà:

Shomèr ma mi-llailah? Shomèr ma mi-lell?

fermo in un vuoto in cui tutto tace, non so più dire da quanto sento angoscia o pace. Coi sensi tesi fuori dal tempo, fuori dal mondo sto ad aspettare che in un sussurro di voci o vento qualcuno venga per domandare. E li avverto, radi come le dita, ma sento voci, sento un brusio e sento d’essere l’infinita eco di Dio. E dopo, innumeri come sabbia, ansiosa e anonima oscurità ma voce sola di fede o rabbia,notturno grido che chiederà:

Shomèr ma mi-llailah? Shomèr ma mi-lell?

“La notte, udite, sta per finire, ma il giorno ancora non è arrivato, sembra che il tempo nel suo fluire resti inchiodato.
Ma io veglio sempre, perciò insistete, voi lo potete: ridomandate! Tornate ancora se lo volete, non vi stancate!”
Cadranno i secoli, gli dei e le dee, cadranno torri, cadranno regni e resteranno di uomini e idee, polvere e segni.
Ma ora capisco il mio non capire, che una risposta non ci sarà, che la risposta sull’avvenire è in una voce che chiederà:

Shomèr ma mi-llailah? Shomèr ma mi-lell?

Canzone per Francesco

(Claudio Chieffo)

Quando sentirai la Mia voce non fuggire troppo lontano anche se il tuo passo è veloce più veloce è la mia mano. Da solo te ne vai e non pensi al ritorno ti trascini la notte e ti nascondi il giorno.

Non potrai scordarti di Me sono la terra e il mare sono il ferro che taglia e che ti fa cambiare.

Devi attraversare il silenzio e la strada e una sola è per la porta stretta di un’unica Parola devi attraversare il silenzio devi attraversare il silenzio devi attraversare il silenzio.

Quando sentirai la Mia voce non cercare troppo lontano anche se il tuo passo è veloce più veloce è la Mia mano. Non temere sentinella, non temere la notte
Io non sono il nemico, ma il giorno che viene.

Non potrai scordarti di Me sono la luna e il sole sono gli occhi che incontri sono le parole…

 

Canzone per Francesco

(Roberto Vecchioni)

“Mi è andato il cane sotto un camion quella sera: ho pianto come un vecchio sopra una bandiera,
se fosse stato un compagno basco avrei pianto di meno.”
Così dicevi e mi chiedevi “Professore, dimmi se sono un qualunquista, un uomo ad ore”.
Così dicevi e già nasceva mezzo sole, e il giornalista in fondo è un modo di campare, e alla ragazza greca traducevi piano -Luci a S. Siro- Gli imbonitori sono troppi e non li fermi, e Dio che è morto non è morto per tre giorni

La rabbia un tempo la scandiva soltanto la locomotiva tra i fiori rossi sulla strada: e contro il niente adesso parte ogni mezz’ora un volo charter itinerario di gran moda.

E vorrei dirti sbagli, guarda che t’inganni, loro han soltanto meno dubbi e meno anni, e intanto spuntano i tarocchie giù frescate su Calvino… e sui destini che s’incrociano un po’ male,e che si parte per vedersi ritornare e vorrei dirtelo ma in fondo cosa importa? ti ho visto peggio e già la so la tua risposta, che non c’è niente che non resti e che non passi con il vino: ma coi ragazzi c’era un fatto personale; non han capito chi ci marcia su e chi vale.

La rabbia un tempo la scandiva soltanto la locomotiva gettata a sasso sulla strada; adesso è giorno di mercato spuntano a grappoli i poeti tutte le isole han trovato.

E non c’è niente che non passi con il vino; anche Susanna è andata su per il camino, e noi vediamo un po’ d’alzarci perché è l’ora, perché è tardi: a ciucche dure finiremo per capire come si vive, e ci potremo divertire…

“Bologna è un vecchio che ripete la mia vita, l’ultimo amore, l’osteria che mi è restata”, E intanto fuori è temporale, la greca canta un libertale che già le diamo per scontato; ricordo quasi per inciso qualcuno mi sfiorava il viso ed ero stato proprio male.

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