La dura (e dimenticata) lezione del fascismo: perché il liberismo lo alimenta

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di Vindice Lecis

Quando si sbaglia nell’analisi si sbaglia anche nell’orientamento politico (Palmiro Togliatti, Lezioni sul fascismo, 1935)

Tentare di risalire la china – come stanno provando a fare il Pd e alleati liberisti – dopo anni ininterrotti di tracolli elettorali e di cacciata all’opposizione gridando al fascismo alle porte, è strumentale e propagandistico. E impedisce di valutare su che cosa sia stato il fascismo, quali sommovimenti lo abbiano portato al potere e, anche, comprendere il fascismo di oggi con i suoi pericoli. Sarebbe ugualmente sbagliato, infatti, sottovalutare episodi e fatti che accadono di questi tempi, insieme al tentativo di saldatura tra ceti popolari e tendenze autoritarie con la ripresa di vitalità delle organizzazioni neo fasciste (e revisioniste storiche).

Che cosa è stato il fascismo. Crisi dello stato liberale con prevalere del capitale finanziario e sviluppo di un sempre più imponente movimento operaio che rendeva sempre più evidente le aspirazioni per la direzione del paese, sono i due corni del dilemma. Che non poteva trovare soluzione, o composizione, per la propria irriducibilità all’interno di quel quadro politico che, invece, entrambi volevano far saltare.

Con il fascismo, la borghesia non soltanto mutò di spalla al suo fucile – per usare un’efficace formula gramsciana – ma ne determinò anche più vantaggiose condizioni di tiro. Da subito mostrò esattamente la sua natura: liquidò i sindacati operai sostituendoli con sindacati padronali e corporativi; organizzò i ceti medi saldandoli col blocco di potere dominante; attuò una politica estera imperialista; indirizzò ingenti finanziamenti a vantaggio della grande industria; ridusse i salari; identificò il partito con lo stato abolendo le libertà collettive e individuali.

Non ci si può ridurre, per questo motivo, a descrivere il fascismo – quello di ieri e i pericoli d’oggi – soltanto con analisi sociologiche o superficiali. Dire che tutto è fascismo ci farà deragliare ancora di più. E’ celebre, e conserva una grande attualità, la storica definzione avanzata dal XIII Esecutivo allargato dell’Internazionale comunista nel 1935: “Il fascismo è una dittatura terroristica aperta dagli elementi più reazionari, più sciovinisti, più imperialisti del capitale finanziario”. Questo giudizio riporta il fenomeno fascista “alle sue basi strutturali”: alla concentrazione della produzione e del capitale su basi monopolistiche, alla creazione di una oligarchia finanziaria, all’accresciuta importanza dell’esportazione di capitali. In sintesi: il fascismo ha avuto e ha un carattere di classe (anche in Europa e nel resto del pianeta). Questo è, il resto sono le classiche sciocchezze da liberali.

Basta dunque questa definizione per capire a fondo quello che accadde e ciò che potrebbe ancora accadere? Si tratta della base fondamentale, ma tutto questo non basta a capire come il fascismo fu anche un regime che ebbe la sua base di massa e divenne il nuovo e moderrno partito della borghesia.

Nelle celebri Lezioni sul fascismo tenute da Palmiro Togliatti alla Scuola leninista tra il gennaio e l’aprile 1935, l’esame del fenomeno fu impietoso. Diceva Togliatti, ad esempio: “Non abbiamo compreso che gli ex combattenti, gli spostati non erano degli individui isolati, ma una massa, e rappresentavano un fenomeno che aveva degli aspetti di classe. Non abbiamo compreso che non si poteva mandarli semplicemente al diavolo. Così per esempio gli spostati, che in guerra avevano avuto una funzione di comando, tornati a casa volevano continuare a comandare, criticavano il potere esistente e ponevano tutta una serie di problemi che da noi dovevano essere presi in considerazione. Compito nostro era quello di conquistare una parte di questa massa, di neutralizzare l’altra parte onde impedire che diventasse una massa di manovra della borghesia. Questi compiti sono stai da noi ignorati. Questo è uno dei nostri errori. Errore che si è ripetuto anche altrove: ignorare lo spostamento degli strati intermedi nel senso del crearsi nella piccola borghesia di correnti che possono essere sfruttate dalla borghesia contro la classe operaia. Altro nostro errore è stato quello di non aver messo sempre nel giusto rilievo il carattere di classe della dittatura fascista”. Un’analisi che ci parla all’oggi, per chi vuole capire naturalmente.

Che cosa consentì dunque al fascismo di vincere? Soprattutto la debolezza organizzativa e teorica del movimento operaio e della sua incapacità di capirne la natura stessa. Il fascismo è stata una dura lezione, oggi purtroppo dimenticata. Perché studiare il fascismo vuol dire comprendere a fondo una cosa, soprattutto: i termini attuali dello scontro tra le classi, il conflitto tra capitale e lavoro, tra interessi divergenti.

L’Italia convive da sempre con il fascismo, l’autoritarismo, lo svuotamento della democrazia. La sovranità limitata, ieri da Usa e Gb e oggi da Ue bancaria e Nato. Sono infiniti i tentativi di sovversione dello stato repubblicano, la lunga stagione delle stragi fasciste (da Milano a Bologna, passando per Brescia e l’Italicus), i colpi di stato progettati (da De Lorenzo a Borghese, alla Rosa dei venti), la presenza di organizzazioni segrete attive e protette da settori dello Stato (P2, Gladio e altre), il terrorismo delle Brigate rosse, le modifiche in senso antidemocratico delle varie leggi elettorali (dalla legge truffa sconfitta sino al Porcellum e all’Italicum), la opaca stagione berlusconiana e quella terribile delle tecnocrazie finanziarie e dell’arretramento sociale da Monti a Renzi sino alla scomparsa dei grandi partiti di massa e alle proposte di stravolgimento costtuzionale.

Dobbiamo inoltre ricordare la sempre operosa rimozione dei valori della Resistenza e dell’antifascismo tramite un revisionismo storico senza ricerca, finalizzato a spostare l’asse della democrazia repubblicana. Inoltre un fetido vento viene alimentato dall’indifferenza sullo squadrismo di estrema destra, un firmamento di sigle che vanno da Casa Pound a Forza Nuova, che pure pescano nel disagio.

Ma se di analisi di classe dobbiamo parlare, dunque, dobbiamo farlo senza sottovalutare che cosa siano stati dieci anni di liberismo e austerità e di regolamento di conti di una classe – quella padronale e borghese – contro l’altra. Vale a dire quella dei lavoratori dipendenti, dei pensionati, degli sfruttati. Il dolore e la sofferenza causati dal liberismo possono creare la base di massa nella quale forze reazionarie possono pescare consensi.

Questo disagio si chiama disoccupazione, precariato, sfiducia nel cambiamento. Dieci anni di feroci politiche di austerità e di impoverimento del Paese e, conseguentemente, di arricchimento di pochi ha creato uno squilibrio gigantesco di ingiustizia e iniquità. Da qui dobbiamo partire per capire e per affrontare le questioni aperte. Compresa quella migratoria, un bubbone utilizzato dalle classi dominanti per dividere, sfruttare.

Ecco perché la lotta al fascismo di oggi non può essere l’affidarsi mani e piedi alle elitè dominanti e alle tecnocrazie che ci hanno portato nel baratro. L’orizzonte europeo non significa nulla se costruito attorno ai mercati, alla finanza e a una moneta unica. La dimensione nazionale va riscoperta contro il totalitarismo liberista. Da qui si può ripartire.

 

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