Il 90% delle fidejussioni bancarie sono nulle. Puoi bloccare le procedure esecutive in corso o richiedere indietro i danni subiti.

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Con la sentenza n. 3016 del 23.08.2018 il Tribunale di Salerno interviene sulla questione della nullità dei contratti di fideiussione stipulati dalla banche con i clienti in conformità del modello ABI, decisa dalla Corte di Cassazione sez. I°, che, con ordinanza n. 29810 del 12 dicembre 2017, ne ha sancito la nullità per violazione dell’art. 2 L. 287/1990 (norme antitrust).

Il modello ABI di contratto di fideiussione fu già criticato dalla Banca d’Italia, che, con provvedimento del 2 maggio 2005, ravvisò la contrarietà di alcuni articoli in esso contenuti all’art. 2, comma 2, lett. a, l. n. 287 del 1990, in quanto integravano gli estremi di un’intesa restrittiva della concorrenza, con conseguenze pregiudizievoli per il garante soprattutto quando l’obbligo di restituzione della banca fosse determinato dalla declaratoria di inefficacia o dalla revoca dei pagamenti eseguiti dal debitore a seguito di fallimento.

In particolare apparivano suscettibili di arrecare un significativo vantaggio alla banca creditrice, le previsioni contenute nel modello di deroga all’art. 1957 c.c., che diluiva a dismisura i termini per far valere le proprie ragioni nei confronti del garante, e di estensione della garanzia anche agli obblighi di restituzione derivanti dall’invalidità del rapporto principale, chiaramente ulteriori e diversi rispetto agli obblighi garantiti al momento della stipulazione.

Ciò nonostante, medio tempore le banche avevano fatto uso di quei modelli ABI, e la questione è quindi approdata innanzi alla Corte di Cassazione, che, con il citato provvedimento n. 29810/2017, ha stabilito la nullità delle fideiussioni stipulate in conformità a detti modelli per violazione della normativa antitrust.

La Corte giunge all’importante decisione sul presupposto che l’art. 2 della legge antitrust non si riferisce soltanto alle intese in quanto contratti in senso tecnico ovvero negozi giuridici consistenti in manifestazioni di volontà tendenti a realizzare una funzione specifica attraverso un particolare voluto, ma ha inteso proibire il fatto della distorsione della concorrenza, in quanto si renda conseguenza di un perseguito obiettivo di coordinare, verso un comune interesse, le attività economiche.

Da ciò conseguirebbe che, allorché la norma stabilisce la nullità delle intese, voglia dar rilevanza non solo all’eventuale negozio giuridico originario postosi all’origine della successiva sequenza comportamentale, ma anche a tutta la complessiva situazione – anche successiva al negozio originario la quale – in quanto tale – realizza un ostacolo al gioco della concorrenza. Pertanto, qualsiasi forma di distorsione della competizione di mercato, in qualunque forma essa venga posta in essere, costituisce comportamento rilevante ai fini dell’accertamento della violazione dell’art. 2 della normativa antitrust.

La Cassazione ha poi concluso affermando che non è pensabile escludere la nullità di quel contratto per il solo fatto che la nullità colpisce il modello contrattuale dell’ABI e non anche lo specifico contratto di fideiussione, poiché se la violazione è comunque “a monte” l’illecito anticoncorrenziale non può che travolgere anche il negozio concluso “a valle”, che costituisce applicazione di quelle intese illecite.

Sulla questione si era già pronunciato prima dell’intervento della Suprema Corte anche il Tribunale di Venezia, che, con sentenza 06.06.2016, aveva accertato la nullità delle clausole contenute in un contratto di fideiussione bancaria riproducente il modello ABI, poi sanzionato dalla Banca d’Italia, rilevando che la grave sanzione della nullità della deroga dell’art. 1957 c.c., era giustificata dalla circostanza di essere il risultato di una intesa restrittiva della concorrenza, che viola il divieto posto dall’art. 2, comma 2, l. 287/90. In modo opposto si era invece prima pronunciata con sentenza n. 1287/2013 la stessa Corte d’Appello territoriale di Venezia, adita in unico grado prima dell’entrata in vigore del nuovo c. 2 dell’art. 33 della L.287/1990, anche se quella decisione negativa non si fondava tanto sui principi generali testé indicati, quanto sul caso particolare di una fideiussione stipulata il 18 febbraio 2005 e quindi in data anteriore al provvedimento della Banca d’Italia invocato del 2 maggio 2005.

Il Tribunale di Salerno con la sentenza n. 3016/2018 conferma le decisioni della Suprema Corte in punto di riflessi sul negozio “a valle” della nullità dell’intesa “a monte”, ma è importante perché si spinge anche ad escludere l’applicabilità dell’art. 1419 c.c. 2° comma, nella parte che prevede che la nullità di singole clausole contrattuali non comportano la nullità dell’intero contratto se sostituite di diritto da norme imperative, alla materia in esame, perché la tutela effettiva per il contraente debole sotto il profilo concorrenziale trova il suo fondamento nei principi generali comunitari e costituzionali, e in particolare nell’art. 41 della Costituzione, che contempera la libera iniziativa economica con il limite dell’utilità sociale, nel senso che la prima deve intendersi inscindibilmente connessa ai valori personalistici e solidaristici.

Ed è proprio in questo senso che le clausole di una fideiussione stipulata sul modello ABI 2003 contrarie alla normativa antitrust incidono pesantemente sulla posizione del garante, dal momento che con esse, si assicura la stabilità della garanzia a prescindere dalla carenza dell’obbligazione principale, il risorgere della garanzia in seguito al risorgere del credito e l’integrità dei diritti derivanti alla banca dalla fideiussione fino a totale estinzione di ogni suo credito verso il debitore.

La tesi della nullità della fideiussione bancaria stipulata sul modello ABI del 2003 per violazione delle norme antitrust è stata seguita già da altri Tribunali, quali il Tribunale di Roma e il Tribunale di Padova, seppure per la sola fase inibitoria di un procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo. Contraria invece la sentenza n. 3354 del 26.7.2018 del Tribunale di Treviso (Dott. Cambi), che parla di grave errore motivazionale dei Giudici della Suprema Corte, non tanto nel rilevare la nullità delle intese “a monte”, quanto nell’estenderla ai contratti stipulati dalle banche con i clienti “a valle”.

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