Tom Waits e la corazzata Kotiomkin

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In questi giorni il cantautore statunitense Marc Ribot ha fatto uscire una cover di Bella ciao cantata da Tom Waits. Un mio contatto su Facebook ha pubblicato il link al pezzo salutandolo con gioia, come alternativa all’originale che sarebbe a suo avviso un “nenia tediosa”. Questa persona non è certamente schierata a destra eppure ha ritenuto opportuno, persino in tempi come questi, dare quel tocco un po’ fantozzianamente liberatorio al suo post, come Bella ciao fosse una novella Corazzata Kotiomkin.

Bella ciao è un canto corale popolare, adattato da uno dei tipici canti delle mondine con un testo attinente a un sentimento partigiano. A dire il vero Bella ciao non è stato affatto un celebre inno partigiano durante la resistenza, ma è stato consacrato come tale successivamente; soprattutto dopo che fu presentato da alcuni partigiani emiliani durante una rassegna internazionale di musica a Praga, nel ’47, dove venne reso ancora più impetuoso dalla scansione ritmica del battimani. Ma la questione non è ovviamente musicale, ma politica. Se una persona non dichiaratamente fascista si permette il lusso di esprimere un giudizio personale alla vasta platea della sua cerchia di quasi 1800 amici su Facebook, vuol dire che ritiene sdoganato il valore politico di quel canto − cosa peraltro implicitamente contraddetta dal fatto che 70 anni dopo Ribot e Waits la cantano esattamente per quel motivo.

Dire pubblicamente che Bella ciao sia una “nenia noiosa” equivale a togliersi quel piacere di dissacrare l’ideologia perché “impegnata” e quindi “noiosa”, con lo stesso portato berlusconiano inaugurato negli anni ottanta con Drive in. Io sono perfettamente consapevole che vent’anni di berlusconismo abbiano lacerato ogni diga di rispetto di qualsiasi cosa che sia “impegno” o “serietà” nel nome dell’esercitazione di un implicito “diritto a godere di un intrattenimento”, e non scarico certo tale responsabilità sul PD. Ma questo atteggiamento, per osmosi, è diventato parte anche del PD e ha impedito la costruzione di un contesto politico tale per cui certi valori debbano restare intoccabili.

Non scrivo per additare il mio contatto su fb, ma per evidenziare che permettersi di disprezzare quello che è il più grande, simbolico, universale inno antifascista che esista significa che quel valore sia andato perso. Per colpa non solo del berlusconismo ma soprattutto di un moderno partito di centro che da tempo ha rinunciato a essere un partito (e ancor meno un movimento) di sinistra.

È questo tipo di micro, sottile e quotidiano sdoganamento della critica al tessuto antifascista e fondativo della nostra Costituzione che reputo essere la colpa più imperdonabile del PD. L’abbandono di quell’argine rende possibile episodi come quello di ieri alla scuola di Cultura Popolare in Via Bramantino a Milano (come raccontato da I Sentinelli di Milano che ringrazio anche per la concessione dell’utilizzo dell’immagine). Avevo visto passare la notizia ieri sera tardi su Facebook e stamani volevo leggerla con più calma, ma non ricordavo più la fonte. Per questo sono andata sulla pagina di Repubblica.it per trovarla, ma per quanto cercassi, non l’ho vista da nessuna parte. È comparsa solo dopo, sulla cronaca di Milano.

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