La bella e la bestia di C.J.F. Smet 

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   Illustrazione di Walter Crane

C’era una volta in un tempo lontano, un lago circondato da ripide pendici. Una fitta foresta di lecci, larici, querce e castagni creava ombre sulle acque buie, profonde e calme come il carattere dei suoi abitanti. La ricchezza di quelle terre nasceva dal fiorente commercio del legname che avveniva via fiume su grandi zattere. Era sorto attorno al piccolo attracco del porto fluviale un borgo animato da mille botteghe. 

Un triste giorno uno dei principali commercianti, un uomo anziano, austero e lavoratore, perse all’improvviso la sua adorata moglie e tutti i preziosi carichi di merci che aveva mandato in lontane città. Si ritrovò solo a crescere tre ragazze e per di più in gravi ristrettezze. Vendette tutto ciò che aveva per non lasciare debiti e si trasferì alle porte del paese in una piccola casa con un orto e delle galline. La figlia maggiore, Isabella, lo aiutava nell’istruzione delle sorelle e gestiva la casa, mentre le più piccole, due gemelle, crescevano i polli un po’ ridendo un po’ rese serie dal nuovo compito.

Il commerciante, apprezzato per le sue doti mercantili, spesso doveva allontanarsi alla ricerca di affari per conto di altri. Le fiere, spesso, erano distanti dal lago parecchie giornate di cammino. Durante uno di questi viaggi si perse in un bosco fitto e sinistro. La notte, scesa repentinamente, ed il freddo lo colsero all’improvviso mentre cercava di orientarsi. Disperato vide nella bruma umida in salita dal sottobosco un lume lontano e lo raggiunse pieno di speranza. Una torcia splendeva accanto ad un cancello arrugginito e incorniciato da luppolo selvatico. Le ombre scure di un giardino incolto nascondevano alla vista un palazzo dall’aspetto molto antico. Guglie, pinnacoli e capitelli si stagliavano contro un cielo nero illuminato da una pallida luna. Un’altra torcia illuminava un enorme portone in legno scolpito che si spalancò davanti a lui. All’interno un salone, una tavola imbandita di ogni ben di Dio ed un camino acceso lo accolsero nel silenzio assoluto. Chiamò e richiamò sentendo solo l’eco della sua voce rimbombare lungo lo scalone e probabili quanto invisibili corridoi. Rifocillatosi si addormentò adagiato su una comoda poltrona di damasco purpureo posta vicino al fuoco.  Al mattino mani ignote avevano preparato la colazione, i suoi stivali infangati e rovinati si trovavano asciutti e lucidi accanto a lui. Il profumo del pane fresco, la vista di grassi formaggi, frutta e latte caldo lo invitavano a tavola. Mangiò lieto e ad alta voce ringraziò ancora il vuoto. Rincuorato dal riposo e dai pasti squisiti, uscì in giardino certo che, con la luce del giorno, avrebbe ritrovato il cammino. Era ottobre.  Accanto ad una fontana senz’acqua, seminascosto dalla vegetazione spontanea, vide un magnifico roseto rampicante. Due fiori, delicati e meravigliosi, resistevano al freddo regalando bellezza e profumo indicibili. Pensò di prenderne una per farne dono alla sua figliola maggiore che all’epoca degli agi si dedicava con amore ad un antico roseto. Estratto il coltello che aveva sempre con sè, recise il delicato e spinoso stelo. Non appena lo fece un urlo terrificante fece scricchiolare i carpini e fuggire gli uccelli. Spaventato si volse e di fronte a lui vide una creatura orribile ricoperta di una pelle di rospo rugosa e umida piena di setole nere, aveva artigli al posto delle dita e denti aguzzi e fitti e due lunghe zanne d’avorio tra labbra carnose e tumide. Indossava abiti fastosi di seta ed aveva vaghe fattezze umane nella figura eretta. “Come osate?” Lo apostrofò. “Vi ho ospitato, nutrito e accolto e voi mi ringraziate derubandomi di una delle sole cose belle rimaste intorno a me?!” Terrorizzato il mercante cadde seduto a terra. “Io so chi siete ed ora voi mi donerete ciò che di più bello avete, vostra figlia maggiore!” Le suppliche, le scuse più accorate non ebbero alcun esito. Nulla fece commuovere la Bestia che pretese il pagamento dell’affronto. Concesse al mercante, tuttavia, di preparare e portare lui la figlia entro tre giorni, in caso contrario se non l’avesse vista giungere spontaneamente, egli l’avrebbe rapita. Rassegnato all’orribile idea di perdere Bella, come la chiamavano in famiglia, il mercante tornò a casa. Le figlie, preoccupate dalla sua assenza, lo festeggiarono a lungo. Lui non osò raccontare subito la sua disavventura, ma Bella si accorse che il padre aveva il cuore pesante. “Babbo ditemi che cosa vi angustia, siete ormai a casa e al sicuro, dunque che cosa vi turba?” Piangendo egli raccontò che cosa avrebbero dovuto affrontare l’indomani. Bella non si perse d’animo, fece in segreto i bagagli e al mattino presto salì sulla carrozza nera tirata da sei cavalli bianchi mandata, secondo gli accordi, dalla Bestia. Il viaggio fu agevole, all’arrivo nessuno si presentò e per qualche giorno lei trovò camini accesi, cibo e vestiti preziosi senza parlare con anima viva. Una sera, mentre cercava di trovare riposo al susseguirsi di pensieri e dubbi nella lettura, una voce forzatamente addolcita proveniente da un angolo buio della stanza le chiese come stesse. Bella rispose con gentilezza ringraziando e cercando di trattenere la paura e calmare i battiti impazziti del suo cuore. La voce le chiese che cosa amasse leggere e poi le disse di seguire la debole luce di una candela. La fanciulla attraversò corridoi ricolmi di dipinti impolverati e statue di marmo candido piene di ragnatele, fino ad una sala immensa ricolma di volumi antichi. La voce disse che qualunque cosa desiderasse le bastava chiedere, ed il silenzio tornò ad avvolgerla. Iniziarono nello stesso modo nei giorni successivi lunghe conversazioni su poeti e scrittori antichi, storici e artisti che divertirono sia lei sia la strana creatura che sempre rimaneva celata nell’ombra. La confidenza tra loro aumentò e con essa le battute di spirito, i giochi di parole e i motti galanti. Bella chiese alla Bestia di non lasciarla da sola durante il desinare, prontamente il mostro l’accontentò e seppur sempre nascosto da cortine di tendaggi splendidamente ricamati o da giochi di luci e penombre non perse un solo pasto. L’inverno trascorse senza eventi straordinari, a primavera, però, Bella divenne triste perchè oppressa da una profonda nostalgia. Non nascose i suoi sentimenti e la Bestia credendo di farle cosa gratita le regalò uno specchio attraverso il quale poter vedere i suoi famigliari lontani. La cosa però non fece che aumentare il dolore sordo che la opprimeva e presto una febbre insidiosa la costrinse a letto. La Bestia preoccupata si prodigava con mille attenzioni e cure pur non mostrandosi mai. Una notte mentre delirava ella si sentì sfiorare da qualcosa in un modo talmente carico di dolcezza che le attenuò la sgradevolezza ruvida del tocco. Il sole sorse, la febbre era scesa e quando Isabella aprì gli occhi si trovò di fronte, addormentata su una poltrona della camera, un essere orribile e ripugnante. Sfinita dalle veglie la Bestia aveva dimenticato la prudenza e si era lasciata sorprendere dal sonno. Il primo istinto di Bella fu quello di fuggire, ma le ore trascorse insieme avevano creato molta confidenza e fiducia. Delicatamente Isabella si alzò e osservò la creatura. Era davvero terribile a vedersi, tuttavia accarezzò la Bestia per sottrarla al sonno e poterle parlare con il cuore pieno di gratitudine. Gli occhi della creatura si aprirono e si rivelarono grandi, scuri e dolci, la fissarono intensamente, finchè il sopraggiungere della consapevolezza di essere a sua volta vista fece sussultare il mostro, il terrore si dipinse in ogni sua fibra e con un balzo scappò nell’ombra. Per giorni non si fece vedere. Isabella lasciava biglietti in tutto il palazzo, sentiva la mancanza di quella mente vivace e affine alla sua, sperava di ridere ancora e ritrovare l’armonia. Una sera mentre i grilli cantavano in giardino e le prime lucciole brillavano tra le siepi lo specchio le mostrò il mercante suo padre gravemente malato e le sorelle disperate. Isabella chiese in uno dei suoi scritti di poter andare ad assistere la sua famiglia promettendo di fare ritorno appena possibile. Bestia allora ricomparve. L’addio fu straziante, carico di parole non dette e di lacrime sospese. Bella promise più e più volte accorata e sincera, che sarebbe tornata e quindi partì. Arrivata a casa fu travolta dalle cure per suo padre, dalla gioia delle sorelle e dell’intero villaggio. Ogni giorno pensava di ripartire, ma qualcosa glielo impediva, un piccolo malessere di una sorella, la tristezza del padre. Scriveva a Bestia ogni giono, ricevendo subito una risposta, tuttavia quando esse si fecero rade non si preoccupò, sembrava che la creatura la lasciasse libera di scegliere se tornare o meno alla loro strana vita. Ad un certo punto il mostro smise di rispondere. Bella ancora non si allarmò. Una mattina, tuttavia, mentre riponeva le sue cose ritrovò lo specchio e per curiosità volle vedere come stava la creatura. La vide in fin di vita ai piedi della fontana delle rose. Disperata e non sollevata come molti si sarebbero attesi, si precipitò al palazzo. Senza guardare pustole setole o artigli abbracciò Bestia e tra le lacrime la supplicò di non morire. L’amore la inondò come un fuoco e con esso la disperazione, baciò gli occhi chiusi e sofferenti del mostro ed infine le labbra secche. Sentì un sospiro uscire da quel povero corpo ed uno scricchiolio risuonare. La pelle iniziò a spaccarsi e sbriciolarsi. Paralizzata Bella chiuse gli occhi temendo uno spettacolo disgustoso fatto di viscere ed ossa. Attimi eterni passarono nel silenzio, fino a quando fu distolta dal terrore dal tocco di una mano. Sì era distintamente una mano. Riaperti gli occhi vide un uomo dallo sguardo straordinariamente intenso e cupo, non bello d’aspetto, ma virile e sorridente che le disse: “Mi hai liberato dal mio stesso male, un egoismo smisurato e cieco che ha distrutto tutto intorno a me, ed il mio amore che ti ha trovato nel mondo vasto e vuoto renderà ora libera te. Tu sei Isabella”.

                                                                                                   Fine         

(Fonte wikipedia: La bella e la bestia (titolo francese: La belle et la bête) è una famosa fiaba europea, diffusasi in molteplici varianti, le cui origini potrebbero essere riscontrate in una storia di Apuleio, contenuta ne L’asino d’oro (conosciuto anche come Le metamorfosi) e intitolata Amore e Psiche. La prima versione edita fu quella di Madame Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve, pubblicata in La jeune américaine, et les contes marins nel 1740. Altre fonti, invece, attribuiscono la ricreazione del racconto originale a Giovanni Francesco Straparola nel 1550 che potrebbe essere stato ispirato da una storia vera avvenuta sulle sponde del Lago di Bolsena, in provincia di Viterbo. La versione più popolare è, tuttavia, una riduzione dell’opera di Madame Villeneuve pubblicata nel 1756 da Jeanne-Marie Leprince de Beaumont in Magasin des enfants, ou dialogues entre une sage gouvernante et plusieurs de ses élèves. La prima traduzione, in inglese, risale al 1757.)

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